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Grissini, vanto nobile e popolare della gastronomia torinese da più di 300 anni

Presenti nei ristoranti di tutto il mondo, i rubatà e gli stirati sono un orgoglio dell'alimentazione nostrana, ma anche gli "antenati" dei popcorn

Quando un torinese in vacanza o in gita fuori porta va a mangiare in un ristorante, a prescindere dal menù molto probabilmente si sentirà un po' a casa e anche un po' orgoglioso della sua provenienza. E il merito non è tanto dei vini piemontesi, la cui fama è diffusa in ogni angolo del mondo (leggi l'origine dei loro nomi), quanto per un alimento popolare e nobile allo stesso tempo: il grissino.

Tra le specialità tipiche riconosciute anche ufficialmente in provincia di Torino (leggi l'elenco completo), questo prodotto da forno rappresenta un autentico vanto della gastronomia di casa nostra.

E la storia dei grissini, che gli inglesi chiamano “breadsticks” ovvero bastoncini di pane, è tipicamente torinese. Innanzitutto per il nome: grissino, infatti, deriva da “ghërsa”, il classico pane piemontese di forma allungata.

Per quanto riguarda la storia del grissino, due sono le teorie: quella meno documentata sostiene che i grissini venivano preparati dai “panatè” torinesi fin dal XV secolo. Secondo questa teoria, nel battistero del Duomo di Chieri un affresco mostrerebbe un personaggio intento proprio a mangiare questa specialità. E del resto proprio Chieri e Andezeno (insieme a Torino e Mondovì) sono considerate le patrie principali dei cosiddetti “rubatà” o “robatà”, che in piemontese significa “caduto” o “rotolato”. L'altra forma di grissino tradizionale è quella degli “stirati”, in cui la pasta, invece che essere lavorata manualmente per arrotolamento e leggero schiacciamento, viene allungata tendendola dai lembi per la lunghezza delle braccia del panificatore, così da renderli più friabili; grazie a questa caratteristica gli stirati sono prodotti in maniera meccanizzata già dal Settecento.

La data di nascita considerata ufficiale dei grissini è invece il 1679. Il figlio del duca Carlo Emanuele II di Savoia, Vittorio Amedeo II futuro re di Sardegna, aveva 13 anni ed era di salute cagionevole, tanto da non riuscire a digerire la mollica del pane. Per fare in modo che il giovane figlio del duca, erede della dinastia sabauda, potesse alimentarsi comunque in maniera adeguata, il fornaio di corte Antonio Brunero chiese consiglio a Teobaldo Pecchio, medico di Lanzo Torinese (dove dal 1988 una targa commemorativa ne celebra l'invenzione).

Nacque così il grissino, più facilmente digeribile rispetto al pane comune, e anche più facilmente conservabile nel tempo senza che si deteriori o diventi troppo duro per essere mangiato.

Il successo di questa invenzione torinese fu quindi immediato. Si dice che il re Carlo Felice, bisnipote di Vittorio Amedeo II, li amasse così tanto che quando andava al Teatro Regio per assistere agli spettacoli dal palco reale, se ne portasse sempre una scorta da sgranocchiare, un po' come i moderni popcorn e snack da cinema.

La popolarità dei grissini a livello internazionale non è certo una cosa recente, se si pensa che, a inizio Ottocento, Napoleone Bonaparte creò un servizio di corriera tra Torino e Parigi che tra le merci principali che trasportava aveva proprio quelli che Napoleone chiamava “les petits bâtons de Turin”, oggi apprezzati dai buongustai di tutto il mondo.

(Foto kochtopf, licenza Creative Commons)

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