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La storia di Vera, musicista affetta da una rara malattia che è tornata a suonare: "Porterò la musica ad Auschwitz"

Soffre di una patologia chiamata "distonia focale del musicista"

 

Per qualche anno ha dovuto mettere da parte la musica, la sua passione più grande, a causa di una patologia che non le permetteva di utilizzare la mano sinistra. Vera Issel però da due anni è tornata a suonare il suo violoncello grazie alla perseveranza e alla costanza. E adesso vuole portare la sua musica dentro l'ex campo di concentramento di Auschwitz. 

"Da circa quindici anni soffro di una patologia chiamata "distonia focale del musicista"; una malattia di tipo cognitivo, inserita tra le malattie cosiddette "rare" perché non si è ancora giunti alle motivazioni che la scatenano. Si tratta di una patologia invalidante, che "blocca" l'arto colpito, (nel mio caso la mano sinistra) creando irrigidimento muscolare, spasmi, chiusura delle dita e in alcuni casi, dolore", racconta la musicista.

"Nel 2010 mi sono trovata costretta ad abbandonare la musica; poi circa quattro anni fa ho ripreso a suonare l'arpa e a Dicembre dello scorso anno, il violoncello è tornato nella mia vita", continua Vera Issel.

Il risultato è arrivato al termine di quello che lei definisce un percorso spirituale e fisico: "D due anni a questa parte mi sono riappropriata della musica, anche se ovviamente, non suono più il violoncello in maniera 'classica'. Per il momento ho riacquistato l'uso dell'indice e del medio della mano sinistra, spostandomi sulla tastiera del violoncello esclusivamente con queste due dita. Ovviamente ho rinunciato all'esecuzione di brani da orchestra, dedicandomi solo ed esclusivamente all'improvvisazione e all'esecuzione di brani da me composti".

Da questo percorso nasce il progetto di portare la musica all'interno di ex manicomi, ex carceri, campi di concentramento: "Il mio progetto principale è quello di suonare in luoghi che sono stati scenario di crudeltà e soprusi, come per esempio l'ex manicomio di Collegno, dove ho recentemente suonato. Non a caso il progetto porta il nome di Zakhòr, che in lingua ebraica significa 'memoria'. Attraverso il mio violoncello, voglio farmi portavoce di tutte quelle persone che non hanno potuto parlare o non sono state ascoltate; di tutte quelle persone emarginate, deboli, considerate "diverse" dalla società".
 

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