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Violenza e molestie sulle donne, quattro ragazze torinesi hanno rotto il silenzio: in centinaia le hanno seguite

Hanno lanciato la campagna Break The Silence

 

Quattro ragazze torinesi hanno rotto il silenzio e centinaia di donne hanno raccolto il loro invito a denunciare le piccole e grandi forme di violenze che sono quotidianamente costrette a subire. È nata a Torino la campagna #BreakTheSilence, un percorso apolitico e apartitico attraverso il quale Mariachiara Cataldo, Francesca Sapey, Giulia Chinigò e Francesca Valentina Penotti si pongono l'obiettivo di far luce su un fenomeno diffuso e preoccupante. 

La violenza di genere non è solo quella che porta al femminicidio o all'abuso fisico, può infatti manifestarsi tutti i giorni tramite comportamenti subdoli. È da uno di questi che è scattata la scintilla che ha portato le quattro ragazze a esporsi in prima persona. La miccia in questo caso è stata accesa alla fine di una serata tra amiche quando Mariachiara Cataldo, passando per Piazza Solferino, è stata il bersaglio dello sfogo machista di un gruppo di ragazzi. "Mi hanno gridato frasi poco piacevoli a sfondo sessuale", racconta, "Erano tre mesi che ero chiusa in casa e la prima sera fuori sono stata costretta a riscoprire come fosse fatto il mondo reale. Per l'ennesima volta sono stata vittima di una molestia verbale per strada. Mi sono arrabbiata perché non è possibile che nel 2020 una donna non possa uscire per strada senza aver paura di essere toccata". 

Tornata a casa ha affidato il suo sfogo ai social network e insieme alle amiche ha chiesto alle donne di raccontare le proprie testimonianze di quella volta che sono state costrette a subire una violenza fisica o verbale. In pochi giorni sono arrivate oltre 300 testimonianze di donne, ma anche di uomini. "Molto spesso le violenze nei confronti degli uomini si sono create con una persona più grande che ha voluto dimostrare nei confronti di questi uomini una prevaricazione verbale e fisiche, carezze e palpate che vanno oltre ogni sfera di rispetto", spiega Giulia Chinigò. 

"Il nostro progetto non è un progetto che muore dopo 24 ore, ma vogliamo andare oltre", racconta Francesca Valentina Penotti, "Vogliamo arrivare nelle scuole perché le molestie avvengono già dai primi anni delle elementari e quindi se si riesci a educare sin da piccoli si riuscirà anche a formare adulti migliori". 

"La cosa che più spaventa delle denunce che abbiamo ricevuto è che molte ragazze non hanno mai pensato di aver subito una molestia. Si pensa che un fischio per strada o frasi inopportune siano normali e quasi da accettare. Siamo riuscite a usare i social per rompere il silenzio e siamo riuscite a fare arrivare a un bacino importante di utenti il nostro messaggio: ci sono forme di violenza meno gravi che però sono il prima di quel che un giorno sarà una violenza più grave", continua Mariachiara Cataldo.

"Non vogliamo definirci un movimento perché assume sempre una sfumatura politica. Vogliamo far capire che la violenza è un tema che riguarda tutti, non solo un partito o uno schieramento politico, ma tutti noi. Il centro non è la politica, ma la violenza. Noi vogliamo parlare di quello e non vogliamo essere associate ad alcun partito, schieramento o movimento perché la violenza è un problema trasversale", conclude Francesca Sapey.

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