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I commercianti di Torino battono un colpo, pentole e coperchi contro il governo: "È il nostro 11 settembre"

Un flash mob per chiedere di non essere abbandonati

 

Sono tra i primi che hanno dovuto chiudere e saranno gli ultimi ad aprire. Non chiedono di poter tirare su le saracinesche per arricchirsi, ma lo fanno per avere la certezza di non dover dichiarare fallimento. Sono i commercianti torinesi e del resto del Paese che ieri sera, martedì 28 aprile, sono tornati davanti ai propri locali per acccendere le insegne e battere pentole e coperchi. 

In piazza Emanuele Filiberto tutti hanno sollevato le serrande. È uno dei cuori pulsanti della movida torinese, ma da due mesi è diventato uno scenario spettrale. "Siamo delusi perché le promesse fatte ancora non sono state mantenute. I dipendenti non hanno cassa integrazione e noi non abbiamo i soldi per poter anticipare a tutti. Come facciamo? Noi protestiamo perché a conti fatti non ci è ancora arrivato nulla", raccontano. 

L'amarezza è tangibile: "Noi il suolo pubblico e la tassa rifiuti non dovremmo pagarle perché da due mesi siamo chiusi. I dipendenti mi chiamano disperati, hanno famiglie e bimbi, piangono perché non sanno come andare avanti", continua un altro commerciante. 

E poi c'è la preoccupazione per il futuro: "Con i vari paletti che ci hanno messo quando ripartiremo sarà un grande disastro. Ci sientiamo molto abbandonati", ma ancora, "Dopo l'apertura come faremo. Io ho un locale di 50 metri quadri, quante persone potrò fare entrare?".

"Mi sono indebitato per aprire l'attività e oggi ci chiedono di indebitarci nuovamente. Sarebbe bello che ci fosse qualcosa a fondo perduto, la mia padrona di casa ha bisogno dei soldi dell'affitto. Questo è il nostro 11 settembre", è la triste conclusione di un ristoratore. 

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