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"Siamo eroi in mutande", protestano i lavoratori della sanità privata: erano in prima linea durante la pandemia

Il loro contratto non viene rinnovato da 14 anni

 

Una corda tesa alla quale sono appese numerose mutande. È questa la scena alla quale ha potuto assistere chi questa mattina, venerdì 7 agosto, è passato da via Maria Vittoria all'altezza del civico 6. A bordo strada tanti lavoratori della sanità privata con in mano cartelli con sopra scritto: "Ci volete in mutande. Eccoci". Il messaggio è alle due associazioni di categoria che da oltre 14 anni si rifiutano di rinnovare loro il contratto collettivo nazionale di lavoro. 

Stessi lavoratori che durante l'epidemia sono stati in prima linea perché molti di questi lavorano nelle case di cura e nelle rsa, strutture tristemente al centro del dramma. 

In via Maria Vittoria infatt c'è la sede dell'AIOP (Associazione italiana ospedalità privata), mentre l'altra associzione di categoria fa capo alla CEI, la conferenza episcopale ed è la ARIS. In mattinata da parte di quest'ultima è arrivata un'apertura e in giornata dovrebbe esserci un incontro con l'arcivescovo Cesare Nosiglia. 

I lavoratori della sanità privata chiedono stesso salario e stessi diritti per chi fa lo stesso lavoro nel sistema sanitario nazionale. Il 30 luglio doveva esserci, come da impegni sottoscritti dalle due associazioni datoriali AIOP (Confindustria) e ARIS (Associazione Religiosa-CEI), per i loro oltre 100 mila dipendenti del comparto sanità in Italia (esclusi medici e dirigenti sanitari), la ratifica definitiva del contratto. 

AIOP però non ha neanche convocato l’Organismo Direttivo Nazionale, ARIS lo ha fatto nei tempi stabiliti e ha formalmente comunicato esito di diniego della ratifica. "Questi soggetti lucrano con risorse del Sistema Sanitario Nazionale che arrivano loro tramite contratti per prestazioni che sottoscrivono con le Aziende Sanitarie e le Regioni. Il Ministero e le Regioni per la prima volta nella storia hanno messo a disposizione della vertenza strumenti normativi ed economici per garantire certezza di sostenibilità per i datori di lavoro (molti quotati in borsa)", spiegano i sindacati. 

"Questi soggetti, in preda all’ingordigia, guidati dal solo cinismo e dall’interesse del gruppo aziendale cui appartengono, si sono permessi di dire che “impegni istituzionali e accordi sindacali” non hanno valore per loro, contano i soldi sui loro conti correnti. Che siano laici o religiosi questi soggetti trattano i loro dipendenti come prestatori d’opera sottopagandoli e negandogli diritti fondamentali", concludono i sindacati. 

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