Domenica, 26 Settembre 2021
Politica

Dieci anni dalla morte di Agnelli, il discorso del sindaco Fassino

Nota- Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di TorinoToday

Gentili ospiti,
grazie di aver accolto l’invito a questo momento di ricordo dell’Avvocato Gianni Agnelli.

Rivolgo in primo luogo il saluto più affettuoso di Torino, dell’intero Consiglio Comunale e mio personale al Presidente Giorgio Napolitano, che con grande sensibilità ha voluto accogliere l’invito rivoltogli dalla famiglia Agnelli e dalla nostra città.

Il suo, Signor Presidente, è un atto di sensibilità istituzionale e di valore morale che tutti apprezziamo e che accresce una volta di più la gratitudine che noi – come milioni di italiani – Le rivolgiamo per essere in ogni momento della vita di questo nostro Paese un punto insostituibile di certezza e di fiducia.

Rivolgo il saluto della città al Vice Presidente del Senato Vannino Chiti; all’On. Lucà dell’Ufficio di Presidenza della Camera dei Deputati; ai Ministri Fornero, Grilli e Profumo; al Presidente Cota e al Presidente Saitta; ai parlamentari e ai rappresentanti delle istituzioni nazionali, regionali e locali. E un saluto grato alle tante personalità oggi convenute a Torino.

Un saluto affettuoso, infine, a John Elkann, alla Signora Marella e a tutta la famiglia Agnelli, a Sergio Marchionne e ai vertici della Fiat a cui vogliamo ancora una volta far sentire la vicinanza della città.

Sarà il Professore Giuseppe Berta – che ringrazio – a ripercorrere il profilo umano e imprenditoriale dell’Avvocato Agnelli.

Io qui come Sindaco di Torino vorrei sottolineare il profondo, intimo, vissuto rapporto che l’Avvocato ebbe con la sua città. Gianni Agnelli era un cittadino del mondo. Abituato a muoversi con facilità quotidiana da un continente all’altro, da una metropoli all’altra, con particolare affetto e attrazione per l’America  e la grande Parigi.

Ma poi il porto sicuro a cui tornava era sempre Torino, città nella quale ha sempre vissuto, nella quale ha sempre mantenuto residenza e diritti elettorali, città nella quale ha compiuto tutti i passaggi cruciali della sua vita. Città nella quale, sotto la guida di Franco Antonicelli, coltivò quella adesione ai valori liberaldemocratici a cui sempre fece riferimento.   E di Torino – come dell’Italia – era diventato l’ambasciatore nel mondo più autorevole e più ascoltato.

Quando la Fiat compì 100 anni, ai tanti invitati accorsi a Torino per celebrare l’evento, rivolse un breve discorso di saluto che - con understatment tipicamente sabaudo – concluse dicendo “faremo ancora qualcosa per questa città che ci ha dato tanto”. In quel “qualcosa” c’era lo stile dell’Avvocato, quel pudore tipico della nostra gente, aliena da esibizioni narcisistiche e da enfasi propagandistiche.

Ma in quel “qualcosa” c’era anche la consapevolezza e l’orgoglio di ciò che  la Fiat aveva rappresentato per Torino. E di quanto a questa città, resa orfana del ruolo di capitale politica, la Fiat avesse restituito un ruolo ancora più grande di capitale produttiva, manifatturiera, economica. Per Agnelli Torino e la Fiat erano una cosa sola: “se va bene alla Fiat - diceva con compiacimento - va bene a Torino”.

Villa Frescot, Corso Matteotti, Corso Marconi, il Lingotto, Mirafiori, la Stampa, lo Stadio Comunale, Villar Perosa: i luoghi che hanno scandito la vita dell’Avvocato Agnelli.

Quella Torino che nel mondo era nota perché città della Fiat e perché città della Juventus. La Juventus altra creatura a cui dedicava attenzione, passione, entusiasmo con la consapevolezza che anche così – con il calcio – Torino affermava un’altra ragione di primato e la Fiat offriva alla città un motivo di orgoglio in più.

Così come attenzione e premura dedicava a La Stampa, mantenendo con i Direttori – e qui ce ne sono alcuni che saluto – una interlocuzione quotidiana,  intensa, curiosa, partecipata, senza che   la proprietà ledesse l’autonomia della testata e dei suoi giornalisti.

Ho avuto con l’Avvocato Agnelli la fortuna di una frequentazione diventata via via negli anni più intensa. E sempre mi ha colpito il suo amore per la città.

Tutti coloro che hanno frequentato l’Avvocato – e qui oggi ce ne sono tanti – sanno quanto ogni conversazione fosse alimentata dalla sua straordinaria curiosità, quell’incalzare l’interlocutore di domande e quesiti.

Ogni volta che l’ho incontrato, Torino era al centro. Sia che si abbandonasse a ricordi del tempo passato – più volte mi descrisse con stupore divertito l’impatto enorme che ebbe in lui entrare all’indomani della Liberazione in una città pavesata di bandiere rosse – sia che si interrogasse sul futuro della città, sul destino dell’azienda e dei suoi lavoratori, sulle prospettive dell’Italia.

Della storia della Fiat era naturalmente orgoglioso, consapevole di quanto l’avventura imprenditoriale iniziata alla fine dell’800 dal Cav. Giovanni Agnelli rappresentasse il motore centrale dell’industrializzazione dell’Italia. E quanto nel secondo dopoguerra, la Fiat fosse stata il perno essenziale della ricostruzione del Paese e della trasformazione dell’Italia da paese agricolo – industriale a potenza manifatturiera.

Non gli sfuggiva che la storia di quella grande azienda aveva conosciuto durezze umane, conflitti aspri, ingiustizie, costi sociali. Ricordo quando, alla metà degli anni 70, in una ampia intervista sulla Fiat  dell’epoca di Valletta con sincerità non esitò a dire “ci fu un tempo in cui fummo duri, anche ingiusti,  sacrificando non pochi al bene dell’azienda. Oggi abbiamo il dovere di non esserlo più”.

Sapeva che la Fiat era prima di tutto una grande comunità di donne e di uomini,  e per i suoi operai, per i suoi impiegati, per i suoi dirigenti aveva rispetto e riconoscenza.

Anche per questo visse con sofferenza gli anni bui del terrorismo, quando la Fiat – i suoi quadri, i suoi dirigenti – vennero colpiti dalla furia omicida delle Brigate Rosse. Ma non si allontanò da questa città e fu partecipe della reazione democratica di Torino.

Anche questo è un tratto di questa Torino dove i conflitti, anche i più aspri, non sono mai disgiunti da un senso delle istituzioni e dello Stato, dalla consapevolezza di un destino comune e di una comune responsabilità,  dal valore dell’interesse generale.

Per Gianni Agnelli Torino era sinonimo di serietà, di rigore morale, di competenza professionale, di lealtà umana. “Sa Fassino - mi disse una volta con tono ammirato -qui gli operai facevano il capolavoro”, che era la prestazione esemplare, la prova d’esame con cui un fresatore, un tornitore, un disegnatore  dimostrava le sue capacità professionali e conquistava per sé e per il suo lavoro il rispetto dei suoi colleghi e dell’azienda.

Ed era orgoglioso di una Fiat che non solo si affermava come grande azienda automobilistica, ma – in sintonia con una grande tradizione torinese di solidarismo laico e confessionale – aveva saputo far vivere in Italia quel fordismo sociale rappresentato dalla MALF – la mutua aziendale – dalle colonie per i figli dei dipendenti, dalle case Fiat, dalla scuola professionale Agnelli,  dal Centro Sportivo Fiat e da quell’insieme di istituti che proponevano  l’azienda come comunità.

Così come fare auto per Agnelli non era soltanto produrre un bene di consumo. Ma dare forma alla creatività dei designer, alla competenza degli ingegneri, alla professionalità di chi trasformava la materia grezza in forma elegante. In lui c’era l’idea che industria e cultura non erano mondi separati. E anche per questo volle che la Pinacoteca, ideata e realizzata da Renzo Piano – e dove è raccolta la collezione privata familiare che spazia dal Rinascimento al Futurismo -  fosse collocata ai bordi della pista aerea di collaudo del Lingotto, a testimonianza che la produzione traduce un’idea, un’immagine,  un modo di pensare la vita e il mondo.

Per Gianni Agnelli Torino era un marchio di fabbrica, una garanzia di qualità, certezza di affidabilità.

Ricordo che quando mi candidai a Segretario dei DS, mi telefonò per dirmi: “ha fatto bene, la politica ha bisogno di noi”. Voleva dire “noi” torinesi. E qualche giorno dopo incontrando Massimo D’Alema gli disse  “Fassino va bene perché è dei nostri”. All’interlocutore un po’ interdetto chiarì il senso di quel “nostri” dicendo: ”di torinesi in questo paese non ce ne sono mai troppi”.

Dall’avvocato Agnelli tutti eravamo attratti e  subivamo l’influenza. Anche quando  l’affacciarsi delle nuove tecnologie, l’apertura dei mercati e l’irrompere della globalizzazione, avrebbero annunciato l’impellenza di una riorganizzazione produttiva e di un riposizionamento strategico  dell’azienda sui mercati mondiali. E reso evidente che tutto ciò avrebbe cambiato l’identità di Torino e il suo rapporto con la Fiat.

Pur intuendone la metamorfosi, l’Avvocato non fece in tempo ad assistere alla rinascita di Torino, ma  si spese con convinzione e passione affinché al cambiamento la città si aprisse. Ne è testimonianza il suo impegno appassionato e generoso nell’affermazione della candidatura per i Giochi olimpici invernali del 2006 che avrebbe portato Torino sotto i riflettori del mondo, determinandone una svolta irreversibile della sua identità.

Il ricordo dell’ultima visita dell’Avvocato in quest’aula è proprio legato all’evento olimpico: era già provato dalla malattia, ma non volle perdersi l’esposizione del vessillo a “cinque cerchi” in arrivo da Salt Lake City. Una bandiera che il Piemonte forse non avrebbe mai visto sventolare senza l’ impegno personale di Gianni Agnelli.

L’Avvocato Agnelli è stato un uomo, un imprenditore del ‘900. La sua scomparsa coincise in Italia, non solo idealmente, con l’esaurirsi dell’epoca fordista e taylorizzata della manifattura per lasciare il posto ad un sistema industriale assai più flessibile e complesso. E  Torino ha cambiato pelle. Da una città manifatturiera, vera e  propria factory town, la città ha saputo evolvere sempre di più  in  città “plurale”, che accanto alla dimensione industriale – che nella Fiat e nelle tante imprese del settore automobilistico  continua ad avere un suo protagonismo - vede crescere nuove vocazioni e nuovi profili:  centro di eccellenza nella  ricerca e nella  tecnologia,  rilevante piazza bancaria,  città universitaria di alta formazione,  capitale di cultura. E perfino città turistica.

Ed è significativo che di questa trasformazione di Torino sia simbolo e metafora proprio uno dei luoghi più amati dall’Avvocato Agnelli: quel Lingotto, primo stabilimento di impianto fordista dell’industria italiana, per decenni luogo di produzione e lavoro per oltre diecimila operai e impiegati e oggi sito congressuale e fieristico di eccellenza, sede di attività terziarie e di servizi nonché del master di ingegneria dell’auto del politecnico  di Torino.

Una trasformazione enorme che ci consegna una Torino assai diversa da quella in cui Gianni Agnelli visse e agì.

Ma questa Torino non avrebbe potuto conoscere questa metamorfosi, se non avesse avuto nelle vene la forza produttiva, sociale e culturale dell’industrialismo.

Se oggi Torino conosce una nuova identità, lo si deve perciò anche a questo straordinario capitano di impresa che ci ha continuamente sollecitato ad aprirci al mondo, a guardare oltre, a scommettere sull’innovazione e sul cambiamento. A non aver paura del futuro.

Ed è anche per questo che – pur del tutto consapevoli di quanto sia cambiato il mondo, il mercato dell’auto, la Fiat – ci auguriamo tutti che quel marchio storico, divenuto “logo” mondiale con la fusione Fiat Chrysler, continui a essere simbolo di modernizzazione, ricchezza, sviluppo e occupazione per Torino e per l’Italia.

L’Avvocato amava Torino. E Torino lo sapeva, riconoscendogli quel ruolo di autorità morale, di punto di certezza, di tutela dell’interesse della città che portava ogni torinese a pensare che comunque l’Avvocato Torino non l’avrebbe mai lasciata sola.

Si vide questo sentimento nei giorni del dolore, quando centinaia di migliaia di torinesi si misero silenziosamente in fila per ore, nel freddo gelido di quel fine gennaio,  per sfilare davanti al feretro e tributargli così l’ultimo saluto con gratitudine e riconoscenza.

Ogni persona che abbia ricoperto ruoli pubblici e centrali – quali esercitò per decenni Agnelli – è esposto al giudizio, opinabile e talora impietoso, di tanti. E’ il prezzo della fama e del potere.  Così come un uomo che ha attraversato l’intero Novecento e suoi tanti conflitti e passaggi cruciali non può certo essere indiscusso.

Ma il tempo è in ogni caso galantuomo e non cancella ciò che ciascuno con dedizione, passione, amore ha dato alla vita.

Vale anche per l’Avvocato Gianni Agnelli, che questa nostra Torino ricorda oggi con commozione e gratitudine.

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