"Città Inferno", il debutto al Teatro Gobetti

Martedì 23 aprile, alle ore 19.30, al Teatro Gobetti, per la Stagione in abbonamento del Teatro Stabile di Torino - Teatro Nazionale debutta "Città Inferno" liberamente ispirato al film "Nella città l’inferno" di Renato Castellani, con la regia e partiture fisiche di Elena Gigliotti. Lo spettacolo è interpretato da Melania Genna, Carolina Leporatti, Demi Licata, Elisabetta Mazzullo, Stefania Medri, Daniela Vitale e con Maurizio Lombardi nel ruolo delle Suore (voce off). Le scene sono di Carlo De Marino, i costumi dello stesso De Marino e di Giovanna Stinga, le luci di Giovanna Bellini, l’editing audio di Claudio Corona Belgrave e il progetto video di Daniele Salaris.

Lo spettacolo, prodotto dalle compagnie ariaTeatro e nO (Dance first. Think later), sarà replicato al Teatro Gobetti fino a domenica 28 aprile 2019.
 Ispirato al film con Anna Magnani e Giulietta Masina, un affresco a sette voci sulla vita disperata della galera. Elena Gigliotti dirige una storia tutta femminile, al confine tra delitto e innocenza. Un musical corale: la loro vera colpa? Il debito d'amore, la più grande ferita.

Tratto dal romanzo Roma, via delle Mantellate di Isa Mari (figlia della star del cinema muto Febo Mari) il film di Renato Castellani Nella città l’inferno, con Anna Magnani e Giulietta Masina, raccontò nel 1959 la realtà carceraria dal punto di vista femminile. Liberamente ispirato alla pellicola è Città inferno, regia di Elena Gigliotti, nel quale la compagnia nO (Dance first. Think later) fa rivivere parte della storia: una ragazza per bene finisce in galera per colpa di un fidanzato delinquente che la compromette e la manda dietro le sbarre al suo posto. Nell’inferno del carcere la perdita dell’innocenza sarà inevitabile.

Elena Gigliotti pesca nelle pagine di cronaca nera dagli anni ‘40 ad oggi per mettere insieme assassine, fattucchiere, adultere e ladre seriali provenienti da tutta Italia e realmente esistite. Un magma di esistenze dentro un minimo spazio vitale: una cella di due metri per due. Queste antieroine si confrontano, si scontrano, raccontano il loro vissuto, le sopraffazioni, le atrocità, i peccati e le pene (d’amore); convivono fra alti e bassi, silenzi e mugugni, parolacce, litigi e canzoni. Ognuna ha la sua lingua, il suo dialetto: "L’insieme di queste lingue costituisce la bellezza musicale che è l’Italia stessa", sottolinea la regista. L’allestimento è scandito da innesti video: scene in bianco e nero e testimonianze delle
detenute narrate attraverso proiezioni e registrazioni. Una storia che parla di donne, di violenza, di libertà repressa, di condivisione forzata, di colpa senza possibile redenzione.

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