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Presunte torture nel carcere di Torino, in 25 rischiano il processo (per vari reati)

Fatti avvenuti nel 2017-18

Immagine di repertorio

Sono 25 a rischiare il processo per le presunte torture ai detenuti avvenute nel carcere di Torino Vallette tra il 2017 e il 2018. Ieri, mercoledì 21 luglio 2021, il pm Francesco Pelosi della procura cittadina, che ha coordinato le indagini, ha firmato la richiesta di rinvio a giudizio per tutti gli indagati, tra cui l'ex direttore Domenico Minervini, rimosso dall'incarico dopo che scoppiò lo scandalo, e l'ex comandante della polizia penitenziaria Giovanni Battista Alberotanza. Per entrambi, però, l'accusa è limitata al reato di favoreggiamento (per Minervini anche omessa denuncia).

Secondo l'impianto accusatorio ad avere subito le violenze (chiaramente il reato di tortura è contestato solo a un numero limitato di agenti, mentre ad altri sono contestate violazioni di altro tipo) sarebbero stati 11 detenuti, che sarebbero stati scelti dagli agenti (l'inchiesta riguarda esclusivamente il Padiglione C) tra coloro che erano accusati di avere commesso reati sessuali, in particolare nei confronti di minorenni. Come persone offese sono stati individuati anche l'associazione Antigone e Associazione lotta contro le malattie mentali.

Antigone: "Sistemi di videosorveglianza interna nelle carceri"

"Si tratta dell'ennesimo caso emerso negli ultimi mesi - scrive su Instagram l'associazione Antigone -, dopo il rinvio a giudizio per le violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere e le condanne per tortura ai danni di poliziotti penitenziari nel carcere di Ferrara e San Gimignano. Inoltre ci sono diversi procedimenti aperti, molti dei quali seguiti dalla nostra associazione, per presunte violenze e torture avvenute in altri istituti penitenziari. In caso di processo chiederemo di costituirci parte civile e vorremmo che lo stesso facesse il Governo. Questi episodi sono il segno evidente della necessità di profonde riforme all'interno del sistema penitenziario italiano. Va rivisto drasticamente il modello di organizzazione pensando a una formazione diversa e multidisciplinare degli agenti penitenziari. Bisogna prevenire i fatti di tortura attraverso la previsione di videosorveglianza in tutti gli istituti, sottoscrizione di un codice deontologico, predisposizione di linee guida nazionali sull'uso della forza, assunzione di personale civile, fino ad una maggiore generalizzata apertura ai fini di una umanizzazione della pena. Proprio in questo senso abbiamo presentato una proposta di riforma del regolamento penitenziario che va in questo senso".

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