Venerdì, 24 Settembre 2021
Cronaca

Ricorso contro l'ergastolo per Tomaso Bruno e Elisabetta Boncompagni

La speranza dei due ragazzi italiani prigionieri in India non si è ancora spenta. Condannati all'ergastolo in India per la morte di Francesco Montis, il loro amico trentenne

Nella giornata di domani, venerdì 4 gennaio, sarà presentato alla Corte Suprema un ricorso contro la sentenza all'ergastolo dell'Alta Corte di Allahabad emessa nei confronti di Tomaso Bruno e Elisabetta Boncompagni, lui di Albenga, lei di Torino, rinchiusi da tre anni nel carcere indiano di Varanasi. I genitori dei due ragazzi italiani hanno deciso di avvalersi di Mukul Rohatgi, considerato uno dei 10 avvocati più preparati dell'India per questa nuova iniziativa.

Il 30 dicembre la famiglia Bruno ha ricevuto una lettera di Tomaso, scritta dalla cella del penitenziario, che si conclude con una frase tratta dal libro 'La fine del mondo stolto'' dello scrittore friulano Mauro Corona: "Si mette via il dolore, si stringono i denti, si controlla la paura, e si riparte ogni mattina con quello che resta".

Tomaso Bruno, 29 anni di Albega, ed Elisabetta Boncompagni, 38 anni di Torino, dal febbraio 2010 sono prigionieri in India. Sono accusati di omicidio, in quanto avrebbero ucciso il loro amico Francesco Montis (30 anni) che viaggiava con loro. Sono stati condannati all'ergastolo senza prove e senza movente.

La disavventura di Tomaso ed Elisabetta inizia un giorno quando Francesco, l'amico, si sente male. La mamma di Francesco ricorda in una lettera inviata ai giudici indiani che il figlio era già malato. I due amici lo soccorrono subito. Cercano di farlo portare in ospedale e telefonano all'ambasciata italiana per essere supportati. Francesco non c'è la fa però e muore.

Gli inquirenti non credono che si sia trattato di un malore ma - sostengono - che lo hanno ucciso per motivi passionali. Sul corpo di Francesco non sono stati trovati segni di una morte provocata. Ad uccidere Francesco sarebbe stato un cocktail di medicine che era costretto ad assumere per combattere la sua patologia. Questa è anche la tesi del patologo italiano contattato dalla famiglia di Tomaso. 

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