"L'ha rapinata e sequestrata nello scantinato, ma non ci sono prove degli stupri". Cade l'accusa più grave?

Per i giudici troppe contraddizioni

La zona dove sono avvenuti gli episodi, in via Bra

Troppe contraddizioni: l'accusa di violenza sessuale, almeno per il momento, non sta in piedi per la vicenda della donna che ha raccontato di essere stata rapinata del bancomat, imprigionata in uno scantinato e venduta (in cambio di crack) a due spacciatori che l'avrebbero stuprata la notte del 19 aprile 2019 in via Bra.

La versione dell'italiana di 41 anni, che era andata in quel posto per cercare droga, non sta in piedi, relativamente alla versione del doppio stupro che ha detto di avere subito, secondo i giudici del tribunale del riesame, secondo cui la carceriera della donna, una marocchina di 38 anni (anche lei tossicodipendente), deve rispondere soltanto di rapina, sequestro di persona e utilizzo indebito di carte di pagamento.

Secondo Alfonso Aliperta, avvocato della donna che era stata arrestata poco dopo l'accaduto, lei non è colpevole neanche di quei reati e quindi continuerà la sua battaglia legale. Ha segnato un punto a proprio favore dimostrando che la sua cliente non sa l'italiano e che, quindi, non avrebbe potuto impartire ai due spacciatori (uno dei quali non parla la sua lingua) l'ordine di violentarla come invece sostenuto dalla vittima. Non ci sarebbero neanche evidenze cliniche che la donna ha subito violenza.

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Le indagini della squadra mobile, coordinate dal pm Giulia Rizzo, proseguono in tutte le direzioni per capire che cosa sia accaduto davvero quella notte.

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