'Ndrangheta, processo contro clan Magnis: i pentiti difendono il boss

Pentiti di mafia che testimoniano per la difesa in un processo di 'ndrangheta. E' successo in tribunale a Torino alla ripresa del dibattimento contro il presunto clan dei Magnis

Capita che alcuni pentiti durante le testimonianze prendano le difese del boss. E' quello che è accaduto quest'oggi in tribunale a Torino, dove è ripreso il dibattimento contro il presunto clan dei Magnis, una famiglia di origini siciliane accusata di avere creato, a Giaveno, una cellula malavitosa ricalcata sul modello dei 'locali' della criminalità organizzata calabrese. Il processo vede imputate otto persone.

Nell'udienza odierna sono intervenuti, su richiesta degli avvocati, quattro collaboratori di giustizia in videoconferenza. I pentiti in questione sono legati al boss mafioso Salvatore Lo Piccolo. La procura di Torino ritiene che la banda dei Magnis, attiva nel racket dei videopoker, fosse assai autonoma rispetto ai capi calabresi, e che intrattenesse rapporti anche con Cosa Nostra. I pentiti, però, hanno detto di non essere a conoscenza di interessi di Lo Piccolo in Piemonte.

"In Alta Italia aveva sicuramente dei referenti - ha spiegato uno di loro - , ma di Torino non mi ha mai parlato. D'altra parte molte cose non ero tenuto a saperle. E nemmeno le chiedevo: non si deve mai chiedere niente". In tre hanno detto di non conoscere i Magnis e in particolare uno dei fratelli, che gli è stato mostrato attraverso le telecamere. Il quarto, l'unico non affiliato a Cosa Nostra, ha spiegato che li conosce di nome in quanto palermitani (sono originari della zona di Borgonovo) ma di non averli mai frequentati né incrociati.

La procura ritiene che il collegamento dei Magnis con i siciliani di Lo Piccolo fosse Calogero P., un palermitano che - hanno riferito i pentiti - era in buoni rapporti con la famiglia del boss. "Questi signori - hanno gridato alcuni imputati dalla gabbia - hanno aiutato Lo Piccolo quando era latitante, hanno dormito nel suo stesso rifugio. E non ci conoscono perché siamo innocenti". (Ansa)

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