Sabato, 23 Ottobre 2021
Cronaca

Orlando Perera, intervista al giornalista che ha raccontato gli ultimi 30 anni di Torino

La sua professione lo ha portato a raccontare i fatti e i misfatti della nostra regione negli ultimi 30 anni. Da qualche settimana è in pensione, ma la gente di ogni età continua a ricordarsi di lui. Ci siamo fatti raccontare la sua storia

Molti di noi sono cresciuti con lui che raccontava ciò che accadeva a Torino, siamo passati dai cartoni animati al telegiornale e la sua voce da nuova è via via diventata sempre più familiare, tanto da "ospitarlo" quotidianamente a cena quando i televisori sono diventati uno strumento immancabile anche in cucina. Stiamo parlando di Orlando Perera, uno dei giornalisti storici del telegiornale regionale della Rai, in televisione da quasi trentasei anni e andato in pensione poche settimane fa dopo una vita passata a raccontare i fatti principali accaduti in Piemonte, con in mezzo una parentesi romana.

Lo abbiamo incontrato, ci siamo fatti raccontare la sua storia sin dall'inizio, da quando era uno studente universitario e sembrava però avere già le idee molto chiare su quello che voleva fare "da grande". Il suo sogno si è realizzato grazie al duro lavoro e ai maestri che gli hanno insegnato a essere un professionista. "Volevo fare il giornalista da sempre - ci racconta - Ricordo il primo servizio per il Secolo XIX di Genova, da Serravalle Scrivia, 1969: il crollo del soffitto di una gioielleria, non si trattava di un tentativo di scasso, era solo sprofondato il pavimento dell’alloggio soprastante, con l’inquilina dentro. La povera donna si ritrovò in mezzo a un tesoro, ma in una nuvola di calcinacci e piena di lividi. Per questa cosa mi pagarono anche: ricevetti 10 mila lire". Fu l'inizio di una lunga carriera.

Orlando quando hai cominciato hai incontrato molti ostacoli?
No, non direi, erano altri tempi. Se un giovane voleva darsi al giornalismo le porte dei giornali - del mondo del lavoro in generale - erano aperte. Ora è un terno al lotto. Non solo: si era pagati regolarmente per quel che si faceva, oggi lo sfruttamento, la sottoccupazione sono invece quasi la regola. Come ho cominciato? Semplice, a 19 anni quando abitavo con la famiglia a Novi Ligure nell’alessandrino, ho conosciuto Gigi Moncalvo che è di Gavi e allora lavorava al Secolo XIX. Fu lui a dirmi provaci, e io ci provai, da studentello. Mi diedero subito una sorta di corrispondenza dalla mia zona, partì così la classica gavetta tra commissariati e ospedali. La donna crollata nella gioielleria ne fa parte. Poi ho cominciato l'Università a Pavia, Scienze Politiche, allora non c’erano né scienza della Comunicazione né scuole di giornalismo. Ma l’idea era fermamente quella. Nel frattempo cambiai testata per ragioni geografiche, e sbarcai a Stampa Sera, sempre come collaboratore.orlando perera-3

Un approccio al mondo giornalistico avvenuto con la carta stampata e poi sfociato nella tv. Raccontacelo.
L'ambito televisivo in quel periodo era molto ristretto. La Rai aveva solamente due canali e Mediaset non esisteva ancora. Ma nella seconda metà degli anni Settanta, con le affermazioni elettorali della sinistra nelle amministrazioni locali, ci fu una svolta politico-sociale e prese corpo il progetto di una terza rete RAI, decentrata sul territorio. L’azienda aprì una campagna di reclutamento di nuove leve (sembra fantascienza di questi tempi) e io che nella Tv vedevo il mio sbocco ideale non mi lasciai sfuggire l’occasione. Ah, nel frattempo ho collaborato per qualche mese anche a Repubblica. Nel settembre 1978 fui assunto come praticante (ero solo pubblicista) alla redazione RAI di Aosta. Niente TV, solo radio o quasi, la celebre “Voix de la Vallée”, il gazzettino valligiano. Un'esperienza fondamentale, il fascino discreto della radio, dove non ho mai smesso di lavorare. Poco più di un anno dopo il 15 dicembre 1979 partiva il TG 3, nazionale e regionale, testata cui poi sono rimasto legato per quasi quarant’anni.

Fu la svolta della tua carriera?
Direi proprio di sì. Siccome ero giovane e ambizioso, Aosta diventò presto un po’ stretta, e nel febbraio 1980 venni trasferito a Torino, redazione assai più prestigiosa dove mi trovai a gomito a gomito con grandi firme, Gigi Marsico, Roberto Antonetto, Guido Boursier. Furono loro i miei maestri, gli rubai il mestiere: allora il travaso professionale e di esperienze da una generazione all’altra funzionava. Gli anziani ti erano vicini, spiegavano, quando c’era bisogno bacchettavano. Fu un apprendistato prezioso, severo ma veloce. Non ci misi molto a uscire allo scoperto, professionalmente cucciolo, ma ardimentoso. Con il mio vocione impostato, divenni quasi subito conduttore, cioè la “faccia” televisiva di cui parlavi. Cominciai presto a collaborare anche alle testate nazionali, in particolare il TG 2, diretto allora da Andrea Barbato (che inventò la formula di Studio Aperto, poi trafugata dalle TV berlusconiane) e da Ugo Zatterin. La vera occasione me la diede Mamma Ebe...

La così detta "Santona di Carpineta"?
Sì, proprio lei. Il processo a Vercelli contro Ebe Giorgini, appunto sorta di santona e guaritrice bolognese, che aveva fondato una comunità pseudo-religiosa, dove in realtà sfruttava anziani malati e teneva sotto pesante sottomissione un gruppo di giovani, anche con risvolti sessuali. La denunciarono e finì davanti ai giudici. Una vicenda che attirò enorme interesse. Fui incaricato di seguirla, a naso capii che era la mia occasione. Naturalmente in aula la telecamera non era ammessa, ma durante una pausa del dibattimento riuscii a cogliere al volo – e a filmare con prontezza di riflessi mia e dell’operatore Gian Isoardi – un tremendo scontro tra Ebe e sua figlia, che le rovesciava in faccia ogni tipo di accuse. Montai un servizio-verità per il TG 2. Dopo la rissa avevo anche intervistato la santona, detto fra noi era abbastanza un pugno nello stomaco, davvero cronaca in diretta. Lavoravo già da tempo a quella testata, come “terminale” torinese. Fu un successo, mi telefonò personalmente Ugo Zatterin per complimentarsi. E fu una svolta nella mia carriera: ma avevo già lavorato molto sul terrorismo. Pochi mesi dopo fui chiamato a Roma, a condurre il TG 2 di mezza sera e della notte.

Gli Under 30 pensano che tu abbia condotto solamente il telegiornale regionale, ma non è così.
Infatti. Rimasi al TG 2 fino al 1986, quando cambiò il direttore, Ugo Zatterin andò in pensione e gli  subentrò Antonio Ghirelli, intellettuale napoletano del gruppo di Chiaia e innovatore, che per la prima volta nella storia della RAI volle un conduttore donna. Feci dunque le spese di una scelta di genere, che devo riconoscere fu assolutamente azzeccata. A sostituirmi fu chiamata dalla redazione di Bolzano tale Lilli Gruber, dice niente il nome? Mi proposero di rimanere a Roma per fare l'inviato, ma preferii tornare a Torino. Fu una scelta di vita.

Dal 1986 non hai più lasciato il Piemonte. Ventotto anni di grandi cambiamenti.
Sicuramente la città l'ho vista cambiare in prima persona. Torino in quegli anni viveva una realtà pesante, erano come ho detto gli anni del terrorismo. La mattina quando arrivavi in redazione chiedevi per prima cosaperera-2, a chi hanno sparato oggi? Dopo l’arresto di Patrizio Peci in Borgodora nel febbraio 1980 da parte degli uomini del generale Dalla Chiesa cominciarono i grandi processi alle Brigate Rosse, che ho seguito per intero. Ricordo il Presidente della Corte d’Assise Guido Barbaro, un giudice gentiluomo di grande correttezza e fermezza. Dalle gabbie i brigatisti lanciavano proclami e minacce. Fui minacciato anch’io di morte e c’era poco da scherzare. Ma non mi sono lasciato intimidire, e ho continuato a rifiutarmi di fare da megafono televisivo ai loro messaggi paranoici e criminogeni.  Ho poi vissuto e raccontato la lunga e sofferta transizione dalla città-fabbrica di un tempo alla smart city di oggi, la Torino che punta a diventare modello di cultura e d’innovazione. Negli ultimi anni ho smesso gradatamente di seguire la cronaca, ho lasciato spazio ai giovani, per occuparmi proprio di cultura, un tema che mi è molto caro.

Ci racconti il tuo rapporto con il pubblico?
Posso dire solo che è un rapporto assai gratificante. La tv ti dà grande popolarità, l'impatto sul territorio è fortissimo. In tanti mi fermano per strada e mi chiedono le cose più diverse. La domanda più frequente "Ma perché date sempre brutte notizie?". Di solito rispondo che le belle notizie non fanno…notizia. La gente in realtà vuole la sua libbra di carne, e i fatti edificanti non attirano più di tanto. Però mi faceva piacere quando qualche spettatore apprezzava il garbo, la sobrietà con cui mi sforzavo di comunicare anche le peggio cose. Bisogna sempre ricordare che dietro la telecamera cui ti rivolgi non ci sono solo circuiti elettronici, ma centinaia di migliaia di persone con i loro problemi, le loro angosce, le loro paure. Bisogna avere riguardo e se possibile non sommare angoscia ad angoscia, paura a paura, non mi piace l’allarmismo e credo che in TV sia doppiamente pericoloso. Penso che la gente abbia colto questo modo di essere giornalista, il mio senso della misura e anche dello stile nel porgere, e me ne sia grata. Anche per questo non avrei mai lasciato la Rai per altre Tv più chiassose: nella mia carriera, contrariamente a tanti luoghi comuni, nessuno mi ha mai detto quello che dovevo dire o non dire. L'azienda per cui ho lavorato mi ha dato un grande spazio di libertà, e questo è un valore senza prezzo.

Hai lasciato la conduzione con un bel saluto pacato e distinto ai telespettatori. In redazione invece ai più giovani cosa hai detto?
Ho salutato anche loro. Ci sono colleghi giovani e qualcuno un po' meno. Ai primi spero di aver lasciato il rispetto per il pubblico e il rigore per i contenuti e, perché no, anche il gusto del racconto per immagini, il fascino e la potenza ineguagliabile del giornalismo televisivo. Spero anche di aver ispirato un sano orrore per la sciatteria e la banalità.

Quel ragazzo che più di trent'anni sognava di fare il giornalista ha la pancia piena?
Non si ha mai la pancia piena di una cosa che si ama. Certo posso dire di aver realizzato i miei sogni, e in questo sono senza dubbio un uomo fortunato. Il mio lavoro non mi ha mai deluso perché mi ha permesso di esprimermi, di comunicare limpidamente le mie idee. La pancia in verità m’è cresciuta, ma per motivi di gola…

Chiudiamo l'intervista con i tuoi ricordi migliori, con i servizi che senza pensare troppo ti vengono in mente.
Ce ne sono tanti. Diversi li ho già citati, in tanti anni ho intervistato personaggi di ogni tipo, dal Raffaello del pugilato Muhammad Alì alias Cassius Clay, al lider maximo Fidel Castro a L’Havana, a Rosanna Benzi, la ragazza che viveva in polmone d’acciaio all’Ospedale San Martino di Genova, con solo la testa fuori e di lì aveva guidato importanti campagne in difesa dei diritti dei disabili, e aveva scritto “Il vizio di vivere”, un libro di grande successo. Voglio però ricordare per chiudere un’intervista a Vittorio Gassman, gli chiesi "Teme di più quando il sipario si alza o quando si abbassa?". Mi accorsi di averlo preso in contropiede, restò per un attimo senza sapere cosa rispondere e non era da lui. A parte questo, nel momento in cui il sipario si è abbassato per me, posso solo dire ai giovani che non c’è mai da temere, non bisogna mai avere paura, soprattutto di essere se stessi.

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