Cronaca Centro / Via Giuseppe Barbaroux

Pianificato nei dettagli l’omicidio a Musy: spunta un complice di Furchì

Condannato all'ergastolo per l'omicidio di Alberto Musy, Francesco Furchì potrebbe non aver agito da solo. Tra le motivazioni che hanno portato alla condanna all'ergastolo c'è una mancata raccomandazione al figlio di un ministro e due favori personali negati

Il 28 gennaio scorso Francesco Furchì è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Alberto Musy, ex candidato sindaco e consigliere comunale di Torino. A oltre due mesi di distanza sono state depositate le motivazioni che hanno spiegato perché i giudici della Corte d’Assise hanno preso la decisione di accogliere la richiesta del pubblico ministero Roberto Furlan.

Furchì si è studiato a tavolino tutto l’agguato teso nella mattina del 21 maggio 2012 in via Barbaroux. Un’azione organizzata nel “minimi particolare”, scrivono i giudici, da parte di una persona “dotata di un carattere violento e prevaricatore, in grado di covare odio e propositi di vendetta anche per anni" e che infatti nei confronti di Musy provava “una avversione profonda accompagnata da propositi di vendetta, covati a lungo, nei riguardi della vittima colpevole, a suo modo di vedere, di averlo tradito in iniziative che a lui stavano particolarmente a cuore”.

Tre principalmente i moventi che hanno portato Furchì a compiere l’omicidio: in primo luogo, il faccendiere la voleva far pagare all’avvocato di essersi rifiutato di raccomandare il figlio dell’ex ministro Salvo Andò in un concorso per una cattedra universitaria a Palermo, visto che proprio Musy faceva parte della commissione giudicatrice. Gli altri due moventi parlano sembra di negazione di favori, ma personali: Musy si era rifiutato, durante le elezioni comunali del 2011, in cui era candidato a sindaco di Torino, di mettere Furchì in un posto di rilievo nelle liste a suo sostegno, e, infine, si era anche rifiutato di aiutarlo in una ipotetica scalata nella società ferroviaria privata Airways.

Un delitto, come detto, studiato nei minimi particolari e che, secondo i giudici, potrebbe essere stato compiuto con l’aiuto di un complice. L’ipotesi “è assai verosimile”, soprattutto per le ultime parole che avrebbe detto Musy alla moglie dopo l’agguato nell’androne di casa e cioè “mi hanno seguito” e “c’era un motorino”, come se qualcuno aspettasse Furchì - l’uomo con il casco ripreso da più telecamere - per fuggire velocemente.

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