"La nostra Marina non ha avuto giustizia": automobilista ubriaco condannato, ma non va in carcere

Ragazza era morta nell'incidente

La lapide che ricorda Marina Professione sul luogo dell'incidente, a San Secondo di Pinerolo

Un anno e undici mesi di reclusione (con la sospensione condizionale, quindi non andrà in carcere) per il ragazzo italiano di 24 anni residente a Vigone, conducente dell'Alfa Romeo 156 che, la notte del 20 agosto 2017 fu coinvolto nell'incidente di San Secondo di Pinerolo in cui perse la vita Marina Professione, 20enne studentessa e calciatrice torinese (giocava nel Real Torino).

La sentenza, al termine del processo svoltosi con rito abbreviato, è stata pronunciata ieri, giovedì 24 gennaio 2019, dal giudice Edmondo Pio, che ha anche rinviato a giudizio (il processo si aprirà a dicembre 2019) la donna, che oggi ha 44 anni, che si trovava al volante della Ford Fiesta su cui viaggiava Marina. L'incidente, infatti, è stato riconosciuto, secondo le indagini svolte dai carabinieri, come un concorso di colpa.

Il ragazzo condannato (a cui è stata sospesa la patente per cinque anni ed è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali), però, andava a velocità molto elevata ed era risultato positivo all'alcoltest con un livello di 0,85 grammi per litro di sangue, superiore al limite di legge fissato in 0,5. È probabile che il giudice, oltre ad applicare lo sconto previsto dal rito (un terzo della pena), abbia tenuto conto anche del fatto che non sia stato riconosciuto come unico responsabile e che il suo livello di ubriachezza non fosse elevatissimo.

Massimo e Giuseppina, papà e mamma di Marina, sono indignati per la sentenza. "Questo ragazzo non fa neppure un giorno di carcere - dicono - eppure ha rovinato l'esistenza dei genitori che si ritrovano con la vita completamente distrutta nonché l'infanzia di due fratellini di uno e tre anni senza la sorella maggiore e con tante conseguenze psicologiche che ne conseguiranno e che stanno pagando anche loro. Scusate lo sfogo, ma è davvero una vergogna. Questo processo è un esempio del cattivo funzionamento della macchina della giustizia in Italia".

Sul luogo dell'incidente i genitori, assistiti rispettivamente dagli avvocati Roberto Mordà e Andrea Professione, ora hanno messo una lapide per ricordare la loro Marina e la sua tragedia.

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