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Giuseppe Petronzi, il poliziotto torinese custode degli azzurri in Brasile

A lui ed alla sua squadra è affidato il compito di mediare tra le diverse tifoserie, tra le quali, per questioni culturali, possono generarsi delle discordanze

Un'estate calda quella di Giuseppe Petronzi e non solo per le temperature. Lui, 52 anni, torinese, è il poliziotto della Digos incaricato di guidare la pattuglia delle forze dell'ordine italiane in Brasile che, dall'inizio di giugno, seguono senza sosta lo svolgersi del Mondiali di Calcio.

Un compito onorevole perchè, come spiega, non mancano i brasiliani che, vedendo le loro divise, chiedono di poter scattare qualche foto. Petronzi e la sua squadra non si occupano direttamente di ordine pubblico, compito affidato, invece, ai colleghi brasiliani: "Non siamo armati - afferma Giuseppe - siamo dei semplici consulenti".

A loro è affidato il compito di mediare tra le diverse tifoserie, di avvicinare e spiegare le diverse tradizioni calcistiche che, in un match così culturalmente variegato, possono, a volte, creare delle discordanze.

In realtà, come racconta Giuseppe, siamo ben lontani dal clima dei derby torinesi e dalla battaglie di corso Sebastopoli. I tifosi in vacanza che sfruttano l'occasione per ritrovare i discendenti in Brasile non sono di certo i tipi che possono spaventare gli esperti di ordine pubblico. "In ogni caso siamo all'inizio del match - afferma Giuseppe -il bello arriverà durante le partite ad eliminazione diretta".

A spaventare di più le forze dell'ordine la situazione del Paese, all'interno del quale vi è un divario tra ricchezza e povertà davvero incommensurabile. Il lusso ed i soldi spesi per la costruzione degli impianti calcistici non hanno fatto altro che fomentare la rabbia dei substrati di disagiati, che potrebbe venire a galla da un momento all'altro.

A Petronzi non resta che sperare che i climi rimangano sempre gestibili e che l'Italia superi il turno, altrimenti dovrà fare le valigie e tornare in patria.

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