Due mafiosi evasi in due giorni dopo permessi premio, è allarme

Non si sono presentati

immagine di repertorio

Due collaboratori di giustizia, entrambi in passato affiliati alla Sacra Corona Unita, la mafia pugliese, e macchiatisi di reati gravissimi sono evasi in due giorni dal carcere di Torino usufruendo di permessi premio. Dopo quello avvenuto ieri, quando era evaso il 55enne Nicola Di Comite, nelle ultime ore di oggi, mercoledì 27 giugno 2018, è evaso Salvatore Massaro, 50enne, anche lui coinvolto nella morte di un militare della guardia di finanza nel corso di una rapina.

Massaro, la cui condanna sarebbe finita nel 2020, avrebbe dovuto presentarsi nel penitenziario oggi e non lo ha fatto. Ora l'ipotesi è che si sia trattato di un'evasione concordata. Sull'accaduto indaga la polizia penitenziaria.

Osapp: "Se questa non è emergenza come definirla?"

A dare la notizia è l’Osapp, sindacato di polizia penitenziaria, per voce del segretario generale Leo Beneduci che aggiunge: “Se questa non è emergenza non sappiamo come altro definirla visto che, rispetto a tali eventi non risultano particolari reazioni né in sede politica né in sede Istituzionale, come se ciò fosse assolutamente normale e comprensibile in un sistema penitenziario che invece fa acqua da tutte le parti. Peraltro, e come abbiamo già detto, tali storture del sistema penitenziario trovano perfetta corrispondenza con l’eccessivo concessivismo e con il buonismo ad ogni costo, sulle spalle prima della polizia penitenziaria e poi dei comuni cittadini giustificati da presunte ingerenze della Corte Europea dei diritti dell’uomo sulle modalità di gestione delle carceri in Italia e che, invero, oggi rendono sempre più l’idea di essere
state invece determinate su dati errati o costruiti ad hoc. D’altra parte, se nella concessione di permessi premio a detenuti che poi evadono (sicuramente troppi in soli due giorni) concorrono una serie di pareri favorevoli, dal carcere alle altre autorità esterne sui quali e come abbiamo già detto occorrerà fare debita chiarezza, è innegabile che essendo gli appartenenti alla polizia penitenziaria gli unici che conoscono veramente i detenuti e coloro che dal carcere escono finanche nelle articolazioni più profonde e ramificate delle affiliazioni alle associazioni criminali, è alla polizia penitenziaria debitamente organizzata e rivalutata nel ruolo e nelle funzioni, che spetterebbe la principale valutazione, come invece non è, della pericolosità e dell’effettivo recupero sociale dei soggetti che nel carcere scontano il proprio debito nei confronti della società civile”.

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