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Una foto postata recentemente dai Girarrosti Santa Rita, che mostra la linea rossa realizzata affinché i clienti mantenessero la distanza di sicurezza

Una foto postata recentemente dai Girarrosti Santa Rita, che mostra la linea rossa realizzata affinché i clienti mantenessero la distanza di sicurezza

"Non sono come le panetterie, ma come bar e ristoranti": gli agenti chiudono i negozi degli storici girarrosti

Resta aperta la consegna a domicilio

Chiusi nel fine settimana, tra sabato 14 e domenica 15 marzo, dalla polizia locale, i 16 negozi della catena Girarrosti Santa Rita sul territorio cittadino per le recenti disposizioni governative sul coronavirus. Tre dipendenti sono anche stati denunciati per l'ormai famigerata violazione del provvedimento dell'autorità. I negozi, secondo gli agenti, non possono tenere aperto in quanto vi avviene una modificazione del prodotto: è ammessa soltanto la consegna a domicilio.

Roberto Valentini, titolare della catena, ha deciso di ricorrere contro il provvedimento e ha lanciato anche una petizione su Facebook per chiedere la riapertura dei famosi Girarrosti.

Secondo l'avvocato Carlo Mussa, che difende l'azienda, c'è stata un evidente cattiva interpretazione del decreto, avvenuta tra l'altro soltanto a Torino (a Milano infatti sono regolarmente aperti). "Sappiamo che la questione è stata demandata al ministero - dice Mussa - e che si stanno aspettando delicidazioni. La finalità della norma è evitare i contatti e quindi i bar sono chiusi, ma questa attività è del tutto equiparabile a quella delle panetterie e delle gastronomie con tutte le prescrizioni del caso. Il prodotto che si consegna al banco è identico a quello del delivery. I dipendenti utilizzano mascherine e tutto il necessario per prevenire il diffondersi di contagi. Chi fa le consegne ha motorino ha protezioni, caschi e tutto il necessario anche in questo caso. La manipolazione del prodotto, che viene contestata, è però autorizzata per il prodotto consegnato con il delivery. Tutta questa vicenda è una cosa fuori dal mondo: ci sono 100 famiglie, se consideriamo l'indotto, che sopravvivono con questa attività. Che fanno? Buttano via il cibo? Non riusciamo a fare capire questa situazione. In questo modo si mette in ginocchio un'azienda che ha 70 anni".

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