Lunedì, 20 Settembre 2021
Cronaca Chivasso

"Non si può vietare l'uso del Burka nei luoghi pubblici"

La Procura di Torino ha chiesto l'archiviazione dell'inchiesta aperta nei confronti di una donna di religione islamica che era stata denunciata a Chivasso da un privato cittadino

Sono anni che si discute, in Italia e in tutta Europa, sul burka e il suo utilizzo nei luoghi pubblici. Da Torino arriva una sentenza che potrebbe fare scuola.

L'uso del burka in luogo pubblico non viola la legge Reale, a patto che la persona che l'indossa sia pronta a scoprire il volto in caso di controllo da parte delle forze di polizia. E' su questa base che la Procura di Torino ha chiesto l'archiviazione dell'inchiesta aperta nei confronti di una donna di religione islamica che era stata denunciata a Chivasso da un privato cittadino. Il burqa o burka, è un capo d'abbigliamento tradizionale delle donne di alcuni paesi islamici, soprattutto l'Afghanistan. E' un termine che indica due vestiti diversi: il primo è una specie di velo fissato al capo che copre l'intera testa, permettendo di vedere solamente attraverso una finestrella all'altezza degli occhi. La seconda forma, il burqa completo o burqa afghano, copre sia la testa sia il corpo.

Il procuratore aggiunto Paolo Borgna, nella richiesta di archiviazione, ha rilevato come la donna, di origine egiziana, indossa il burqa "in ossequio ai principi della religione islamica" e non per rendere difficoltoso il riconoscimento della sua persona, dal momento che, in diverse occasioni, alla richiesta delle autorità aveva regolarmente mostrato il volto. E allora il divieto di circolare a capo scoperto deve coniugarsi con il diritto di manifestare la propria fede e appartenenza religiosa.

A presentare la denuncia era stato un cittadino che si era presentato ai carabinieri segnalando di avere visto l'egiziana in un supermercato "coperta da un sudario scuro" che presentava "solo una fessura per gli occhi". L'uomo era anche in possesso della fotocopia della carta di identità (che, osservano i pm nella richiesta di archiviazione, si era procurata "chissà come") in cui la si vedeva con il viso scoperto ma il capo velato: questo per lamentare il rifiuto, da parte degli impiegati dell'ufficio anagrafe di Chivasso (Torino), di rilasciarle il documento di identità perché nelle foto tessera calzava un casco da cantiere. Ma in questo caso, per la procura di Torino, si tratta di un accessorio professionale che non ha nulla a che fare con un abito religioso. A questo proposito, la procura cita una circolare del ministero dell'Interno del 1995 in cui la questione era già stata affrontata. (ANSA)

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