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Mercoledì, 19 Gennaio 2022
Cronaca

Morto dopo avere perso 40 chili nel carcere di Torino Vallette: la procura vuole archiviare, la famiglia dice no

Il padre: "Non si è fatto abbastanza, non deve capitare ad altri". Il legale: "Lo Stato ha fallito"

Antonio Raddi (nella foto sotto) era un detenuto nel carcere di Torino Vallette che esattamente due anni fa, il 30 dicembre 2019, morì nel reparto di rianimazione dell'ospedale Maria Vittoria dopo avere perso 40 chili, passando da 90 a 50, in sette mesi di detenzione. Aveva 28 anni. Fu stroncato da un'infezione polmonare dopo che il suo corpo era pesantemente debilitato dalla mancanza di alimentazione. I suoi familiari, il padre Mario, la madre Rosalia Federico e la sorella Natascia, assistiti dagli avvocati Gianluca Vitale e Massimo Pastore, hanno chiesto e chiedono tuttora giustizia: secondo loro il servizio sanitario del penitenziario non avrebbe fatto abbastanza per salvarlo. Il procuratore aggiunto Vincenzo Pacileo della procura di Torino, però, ha chiesto l'archiviazione del fascicolo che vedeva indagati quattro medici carcerari per omicidio colposo. I legali si sono opposti e toccherà a un giudice decidere nei prossimi mesi.

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La detenzione e il calvario

Condannato per rapine, maltrattamenti ed evasione da una comunità di recupero in cui era stato posto come alternativa alla detenzione, Antonio Raddi faceva uso di droga ("anche se in carcere non ha mai assunto niente", precisa il padre Mario). In carcere dal 28 aprile, manifestava sintomi di depressione, insonnia e inappetenza ma il personale del penitenziario era convinto che la sua fosse soltanto una simulazione ("Evidentemente non era così", chiosa il genitore). La garante dei detenuti di Torino, Monica Gallo, aveva segnalato il suo caso alla direzione del carcere per nove volte da agosto, quando la situazione si era già fatta allarmante e secondo alcuni quasi irreversibile, senza ricevere mai una risposta. Dopo essere stato trasportato all'ospedale Maria Vittoria il 10 dicembre e poi nel repartino psichiatrico dell'ospedale Molinette, in cui rifiutò il ricovero preferendo andare in carcere, il 14 fu portato al pronto soccorso dell'ospedale Maria Vittoria, dove il primario ne certificò l’estremo stato di denutrizione. "Ci disse di non avere mai visto nulla del genere in 40 anni", racconta ancora Mario Raddi.

Due consulenze non hanno convinto il magistrato a procedere

Il procuratore Pacileo ha disposto due consulenze (perché aveva giudicato la prima troppo superficiale) sul caso, ma nessuna lo ha convinto a fondo che possano esserci responsabilità di altre persone nella morte di Antonio Raddi. Nella seconda, i consulenti hanno scritto che il progressivo calo di peso "avrebbe dovuto essere contrastato diversamente, anche con l'ausilio di approfondimenti clinico-specialistici e di laboratorio". Tra le due consulenze Pacileo aveva chiesto al giudice anche un incidente probatorio, ma questo era stato respinto.

Il legale: "Lo Stato ha fallito in uno dei suoi compiti primari"

"Il giorno che Antonio è morto - dice l'avvocato Vitale - lo Stato ha fallito in uno dei suoi compiti primari, ossia occuparsi di coloro che ha in custodia. Per la procura e per il giudice per le indagini preliminari lui è morto perché doveva morire. Noi invece riteniamo che sia stato vittima di un pregiudizio: tutti credevano che non mangiasse sperando nella scarcerazione per incompatibilità con le condizioni carcerarie. Ci chiediamo perché si sia arrivati al ricovero solo a dicembre quando il calo ponderale era allarmante già da agosto. Che sia uscito dal repartino psichiatrico a dicembre non cambia nulla dal nostro punto di vista. Lui chiedeva di essere aiutato, ma è stato trattato come un normalissimo detenuto in una cella. Lo stesso personale di polizia penitenziaria era molto preoccupato. Non possiamo accettare che si dica che queste cose possono accadere, è il fallimento anche della giustizia. Per questo la famiglia vuole andare avanti".

Il padre: "Quello che è capitato a lui non succeda più a nessuno"

"Vogliamo che queste cose non capitino più a nessuno - dice in tono sommesso Mario Raddi -. A lui non fu mai proposto di andare in nessun reparto nel blocco sanitario della sezione del carcere. E anche quando arrivò nel repartino era spaventato: ci disse che preferiva il carcere poiché lì non si può fumare e non si può prendere aria. Negli ultimi tempi si vergognava del suo stato e indossava indumenti più grossi. Non è vero che facesse lo sciopero dalla fame, non risulta da nessun verbale: il suo stato è stato provocato da altre cose. I medici del Maria Vittoria hanno provato di tutto per salvargli la vita in quei 17 giorni, ma di lui ormai funzionavano solo il cuore e il cervello. Tutti i sacrifici che abbiamo fatto per aiutarlo sono stati gettati al vento. Dopo l'autopsia, il 3 gennaio 2020, è stato messo nella bara avvolto in un lenzuolo perché era impossibile vestirlo date le condizioni del corpo".

La domanda della garante: "Perché nessuno se ne è accorto?"

"Quando è stato nel repartino - dice la garante Gallo - e volle tornare in carcere non fu supportato psicologicamente. Inoltre, come mai fino al 14 dicembre nessun medico si accorse che organi vitali fossero irrimediabilmente compromessi? E chi lo ha visto quotidianamente perché non si è accorto di quanto stesse male?".

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