Domenica, 16 Maggio 2021
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A cura di Emanuela Galleano

Anche l'occhio del popolo vuole la sua parte

Lotta di classe e cappelli per signora, la moda Belle Epoque

Torino contava , tra la fine dell'800 e l'inizio del '900, circa  350.000 abitanti.

L'offerta degli spettacoli teatrali di quel periodo era variegata ed ampia, e la separazione tra le classi sociali era determinata soprattutto dai prezzi delle poltrone: si andava dalle 12 lire per il Regio (si tenga conto che il prezzo di un quotidiano era di 5 centesimi) alle 8 lire per la prima di una drammaturgia di D'Annunzio al Carignano; gli spettacoli di normale programmazione costavano 3 lire se avevano interpreti eccezionali come Eleonora Duse o Sarah Bernhardt. Le classi meno abbienti frequentavano principalmente il teatro Rossini, il cui ingresso costava mezza lira, lo Scribe o il Gianduja, che con 40 centesimi di biglietto d'ingresso permettevano un po' di svago anche ad operai e sartine.

Proprio in quel periodo si avviò il processo di “democratizzazione” degli spettacoli, a partire dal 1905 con la soppressione degli intermezzi, che prolungavano troppo le recite per chi, il mattino seguente, avrebbe dovuto recarsi di buon'ora al lavoro. Nel novembre dello stesso anno divampo' una polemica a causa della moda degli enormi cappelli indossati dalle signore, che oscuravano completamente la visuale ai malcapitati delle file più a buon mercato.

La questione culminò durante una prima all'Alfieri, ove, al grido di “abbasso i cappelli”, buona parte del pubblico si accapigliò nel tentativo di ottenere la giusta visuale del palcoscenico; il 12 novembre il prefetto diffuse un'ordinanza che impediva “tanto agli uomini che alle signore di tenere il cappello in testa nella platea”.

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