Il cinema a Torino è la nascita di un sogno: i primi film, la produzione e i luoghi dello spettacolo

Già nel 1908 in città si girava il 60% della produzione italiana

Che cosa piace realmente nel cinema? Non è il realismo, non è il guardare immagini che scorrono sullo schermo, è la nostra voglia di costruire storie, di sbrigliare la fantasia. È quello che è sempre piaciuto all’uomo, che tiene compagnia e ci fa vivere mille vite in una.
Era il 30 aprile 1911 quando a Torino venne aperta al pubblico l'Esposizione internazionale delle industrie e del lavoro. 1 milione e duecentomila metri quadrati che ospitavano diversi cinematografi, posti negli enormi padiglioni. Torino era ormai la capitale del cinema, già nel 1908 vi si girava il 60% della produzione italiana, l'America cercava di scritturare i nostri attori, e le pellicole torinesi erano distribuite ovunque nel mondo. Si ritiene che i film gialli siano nati oltreoceano negli anni '30, ma nel 1910 la casa di produzione Ambrosio inaugurò la Serie nera, sorta di gialli - ancora il nome "giallo" non esisteva - dove si rappresentavano drammi personali.

La Torino del cinema, infatti, è una descrizione di primati e di una passione che nasce ben prima dell'Esposizione, il famoso Kinetoscopio di Edison arriva in città nel 1895 e viene esposto nel negozio di ottica di Arturo Ambrosio, in via Roma 2. È il parente prossimo dell'invenzione che cambierà tutto: il cinematografo Lumière, grazie al quale le immagini verranno proiettate, creando una distanza tra l'osservatore e la rappresentazione sia fisica che mentale...

Recentemente è emersa una locandina che attesterebbe che la prima proiezione italiana sia stata fatta a Torino, nel marzo del 1896; in ogni caso durante la serata del 27 giugno, al Caffè Romano di piazza Castello si tiene il Kinefotografo (forse un errore di trascrizione oppure desiderio di diversità che sempre anima Torino) e la prima proiezione accertata è nell'Ospizio di Carità di via Po 33, il 7 novembre 1896. Il cinema era nato, ma molto diverso da oggi, se consideriamo che l'immagine era 1,60 mt per 1,29 mt, grande quasi quanto alcune televisioni di oggi. Uno dei film trasmessi (duravano molto poco) era "Bal d'enfants", in italiano "La Boheminne dei bébès", dove otto bambine con i grembiulini bianchi ballavano la polca. Fu un successo incredibile.

I primi film torinesi vennero girati dagli operatori dei Lumière, ma presto Vittorio Calcina, il rappresentante italiano, si disse che forse poteva provarci, ed ecco che nacquero le prime pellicole con regia torinese. Il primo in assoluto fu LL. MM. il re e la Regina al R. Castello di Monza, dove Umberto I, che aveva annusato la possibilità di promozione che stava dietro alla nuova tecnologia, guardava in camera con aria buffa e piena di desiderio. Agli spettatori vedere film sui Savoia piaceva molto, c'era in questo un certo voyerismo che dilaga anche ai nostri tempi. Calcina proietta le pellicole nella Birraria in via Garibaldi 10, dove si tengono spettacoli diurni e serali, anche se il primo locale stabile sarà l'Edison, in via Cesare Battisti, allora via delle Finanze.

Arturo Ambrosio, il già citato proprietario del negozio di via Roma 2, aveva già da tempo capito che il cinematografo sarebbe stato il futuro, nel luglio del 1905 carica in auto una macchina da presa che gli aveva regalato uno dei fratelli Pathé (creatori dell’omonima società cinematografica, nata a Varennes, in Francia), e parte per la montagna, dove gira il primo film prodotto a Torino: La corsa automobilistica Susa-Moncenisio. I successi non si contano più e Ambrosio apre uno studio di posa nel giardino di casa sua, in via Nizza 187, iniziando a girare film comici, drammatici e documentari. 

Il pubblico è affascinato dal cinema, tutti vogliono andarci, ma si fa fatica a distinguere la finzione dalla realtà, tanto che lo spettatore medio prende per vere immagini create appositamente per divertire il pubblico, come un asino che passeggia su una fune, riprodotto grazie ad inventiva e prospettiva. I torinesi, con lo snobismo che li contraddistingue, lo chiamano cinemà, e vanno a vedere i films come se andassero a teatro, perché agli effetti, alcune caratteristiche, come gli attori che spesso provengono dal palco teatrale oppure i suoni e la musica che sono prodotti da veri musicisti e ancora la voce fuori campo che spesso spiega cosa avviene nella proiezione, sono teatrali e unici.

Carlo Rossi, Guglielmo Remmert e l'inventore Lamberto Pineschi fondano, nel 1907, la Carlo Rossi & C., per lo sfruttamento della comunicazione senza fili, poi manifattura cinematografica. Sin da subito nacquero contrasti tra i tre soci e, seppure distribuendo pellicole in tutto il mondo, fallirono otto mesi dopo, dando la possibilità a Giovanni Pastrone, contabile e futuro regista, di rilevare l'azienda in difficoltà e trasformarla nella Itala film. La nuova società si dedica alle pellicole letterarie, sino ad approdare alla produzione più conosciuta di tutti i tempi, il Kolossal Cabiria, con la sceneggiatura di Gabriele D'Annunzio, il film più lungo, costoso e innovativo dei tempi del muto.

A Torino intanto si proietta a tutto spiano e il pubblico cambia e matura con la crescita del cinema, chiedendo sempre di più e non accontentandosi delle "solite" storie. Il primo febbraio del 1909 arriva una doccia fredda, un decreto impone la chiusura delle sale per problemi di sicurezza, verranno riaperte, ma con regole non ben accettate dal pubblico, come l'aumento della tassa sui pubblici spettacoli (che costringe a un aumento del biglietto), al divieto di pubblicità (idem) e all'obbligo di non assistere allo spettacolo in piedi. Il cinema è entrato nell’epoca dei divieti.

I film erano in bianco e nero, ma spesso venivano colorati con bagni di colore, oppure a mano, almeno finché le pellicole non diventano più lunghe e quindi troppo costose a causa del tempo impiegato per colorarle. Ma quello che davvero piaceva erano gli attori, divi nel vero senso della parola, in particolare le donne, che inaugurano una stagione di bellezza e alterità. Intense e fatali, iconiche e simboliche, le dive del muto hanno fatto storia. Ne citiamo tre: Maria Cleope Terlani (in arte Mary Cléo Terlanini) era già trent'enne e proveniva dal caffè concerto, divenne una stella con Spergiura!, storia già sentita di un uomo che rincasa e trova la moglie con l'amante (per l'epoca però era un argomento piuttosto tabù); Lydia Borrelli, che interpretò due film a Torino, figlia d'arte, attrice di teatro e capocomica era amata a tal punto che al cinema si andava per vedere lei (il pubblico era prevalentemente maschile) e per lei addirittura ci si suicidava. Colpiscono ancora oggi le movenze e gli sguardi, che nel muto sono portati all'eccesso, ma che nel suo caso erano stati studiati a tavolino, tanto che sue sono le invenzioni delle sedute con il dorso delle mani sotto al mento e le mani appoggiate a dita aperte sul tavolo o sulle pareti. Nasce addirittura il "Borellismo", ovvero l'atteggiamento di emulazione delle altre donne nei suoi confronti; Francesca Bertini, bella e gracile, era ormai "la diva", a ogni scena pretendeva un abito nuovo, cucito su misura da una sarta a lei dedicata e alle cinque di sera, le riprese dovevano interrompersi, perché era necessario un té in un grande albergo. La Fox le fece un'offerta, ma lei rifiutò: aveva conosciuto quello che sarebbe diventato suo marito, un famoso banchiere svizzero.

E poi? Il resto è storia, ma non è incredibilmente affascinante scoprire quale è stato l'inizio di una grande invenzione? Un sogno che ancora oggi ci ammalia e ci tiene inchiodati agli schermi di tutto il mondo? L'esperto di cinema Enrico Giacovelli approfondisce la storia del cinema muto a Torino nel libro "Silenzio, si gira!" edito dalla casa editrice Yume. 

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