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Torino tra pandemia e impatto sociale, le risposte del manager e scrittore Riccardo Gorrieri: l'intervista

"Togliere l’acqua alla violenza rappresentando al meglio le esigenze dei commercianti e del tessuto produttivo"

Riccardo Gorrieri

La crisi sanitaria sta impattando pesantemente sul nostro paese, come in molti altri colpiti dall'epidemia, anche a livello economico e sociale. L'isolamento e tutte le restrizioni imposte dal Governo ed evidentemente necessarie a contenere la diffusione dei contagi, dei decessi e a limitare l'affanno del sistema sanitario, rischiano di sfociare, nelle città, come si è visto dai recenti fatti di cronaca, in fenomeni preoccupanti. E Torino purtroppo non ne è esclusa.

Ne abbiamo parlato con Riccardo Gorrieri, giovane manager torinese, responsabile delle relazioni esterne del Gruppo NTP - azienda leader nel settore della logistica e della movimentazione merci - e scrittore. Gorrieri, studioso del fenomeno mafioso in particolare nell'Italia del Nord, ha anche pubblicato il libro-denuncia “Un cancro chiamato ‘Ndrangheta: analisi di una delle peggiori patologie del tessuto economico sociale”.

La pandemia, sul lungo periodo, rischia di acuire le differenze sociali ed economiche all'interno di una comunità. Le restrizioni imposte dal governo per limitare la diffusione dei contagi vanno inevitabilmente a colpire le piccole attività, causando un grave danno al tessuto economico locale. Che rischio sta correndo oggi Torino in termini di ordine pubblico e sicurezza?

Torino corre il rischio di tutte le città del nostro Paese ovvero di vedere aggiungersi ai drammatici problemi sanitari ed economici che viviamo quelli della violenza generica ed ingiustificata. Non c’è nessuna ragione politica o sociale che si cela dietro una vetrina spaccata o un saccheggio. Bisogna fare attenzione a non confondere la disperazione con la delinquenza. 

In seguito alle limitazioni imposte dal penultimo Dpcm, la rabbia di molte persone è esplosa a Torino, così come in altre città italiane. Il centro è stato preso d'assalto e la situazione, con le nuove restrizioni governative, rischia di diventare esplosiva. Cos'è stato ad accendere la miccia?

La situazione a Torino ora appare tranquilla, il lavoro delle forze dell’ordine anche in termini di prevenzione, come sempre, sta risultando decisivo. Dobbiamo mantenere alta la guardia e togliere l’acqua alla violenza rappresentando al meglio le esigenze dei commercianti e del tessuto produttivo, chiedendo soldi e risposte. 

Laddove esistono disagi sociali e difficoltà, c'è più spazio per le mafie. Lei ha scritto un libro “Un cancro chiamato ‘Ndrangheta: analisi di una delle peggiori patologie del tessuto economico sociale”. Qual è la situazione al Nord Italia?

Come raccontato dai rapporti semestrali della Direzione Investigativa Antimafia, il rischio di penetrazione delle mafie nel tessuto imprenditoriale con la pandemia si è moltiplicato. Il Nord non solo non è immune ma è il territorio fertile per eccellenza per queste organizzazioni. Anche per questo motivo è necessario programmare un piano Marshall per le aziende in questa seconda ondata: la politica deve evitare di regalare per incapacità altro vantaggio alle mafie. 

Alla luce dei fatti terroristici avvenuti di recente a Parigi, Nizza e Vienna,  potrebbe esserci spazio - in una città come Torino - dove ancora pesa il disagio sociale in alcune periferie - per fenomeni anche più gravi? Gli attuali disordini potrebbero degenerare?

Il terrorismo di matrice islamista ormai abbiamo compreso che è un fenomeno geopolitico che si nutre di radicamento e radicalizzazione. Due termini simili che raccontano percorsi profondi che vanno disinnescati con un lavoro culturale e sociale insieme a quello repressivo. Penso che questa chiave debba guidare la risoluzione di ogni problematica.

Per permettere una ripartenza nel breve-medio periodo, di cosa avrebbe  bisogno la nostra città? E più in generale quali le misure da adottare per sostenere l'economia del Paese?

La nostra città è in una situazione di forte sofferenza economica, servono misure shock per dare un impulso di ripartenza. A mio avviso bisognerebbe procedere ad una defiscalizzazione totale dalle imposte comunali per gli artigiani, i commercianti e le imprese presenti sul territorio città che assumono, ragazzi/e fino a 35 anni di età, con un contratto a tempo indeterminato. Torino deve ambire ad essere una capitale sostenibile dell’Europa del XXI secolo, che pratica la sfida dell’innovazione, che ripensa il suo sviluppo urbano e si pensa come polo traente dell’area metropolitana e dell’intera Regione, che ambisce ad essere protagonista della rivoluzione industriale (dal digitale ai trasporti basati sull’idrogeno) che l’Europa ha fissato, delle frontiere della formazione, della salute e della protezione sociale, come anche della cultura e delle grandi intersezioni macroregionali
Sanare la crescente frattura tra le due città, farsi carico della crescita delle nuove povertà, dell’assenza di lavoro o che diventa sempre più precario, trasformare le periferie in asset del cambiamento, come hanno fatto altre grandi città europee.

Oggi le tematiche "green" sono di moda e soprattutto, vista la salute precaria del nostro pianeta, devono inevitabilmente essere affrontate dalle amministrazioni. Torino in questo senso, negli ultimi anni, sembra aver fatto dei passi avanti. Monopattini, bici, car sharing, piste ciclabili...Ma la città è davvero pronta a questo cambiamento?  Cosa si può fare di più?

Penso che ci sia una grande attenzione ai temi e agli strumenti anche se ovviamente siamo in ritardo sulla armonizzazione della città a tutto questo. La Sindaca Appendino ad esempio ha creato una polarizzazione tra utenti tradizionali e green, invece vorrei una politica che dettasse una diversa modalità operativa. Vorrei che si spiegasse che "green" non significa disagio ma opportunità anche per gli appassionati alla mobilità tradizionale. Dialogo e innovazione mi sembrano le uniche strade possibili.

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