Torino: una città fatta di tanti paesi

Ogni quartiere è in qualche modo un "paese"

L’immigrazione, che tra la fine del XIX e gli anni Venti del nuovo secolo porta ai 502.274 abitanti del 1921, ha un impatto dirompente sull’assetto urbanistico della città. Dal punto di vista storico, Torino è un centro ordinato: da quando i duchi di Savoia l’hanno eletta a loro capitale nel XVI secolo, lo sviluppo è avvenuto secondo le indicazioni degli architetti di corte, che ne hanno curato limiti e profili e assicurato il caratteristico tracciato a maglie ortogonali. Le cose cambiano quando i ritmi imposti dalla rivoluzione industriale si presentano assai più veloci delle capacità di regolamentazione degli amministratori. I sobborghi crescono in modo spontaneo e senza progettazione, variopinti e caotici, così come li coglie a fine secolo Edmondo De Amicis: San Salvario, «operosa, formicolante di operai luridi di polvere di carbone e di impiegati accigliati»; San Donato, che «s’allunga sopra una strada sola»; e, ancora, Borgo Dora, Vanchiglia, San Secondo. Nei nuovi quartieri, ognuno dei quali ha un carattere proprio, la città «si fa varia ed amena» e non riecheggia più solo «le antiche abitudini militari della popolazione, la rigidezza della burocrazia, l’onnipotenza dei regolamenti». Qui sorgono le grandi case aperte ad angolo verso la strada, con cinque ordini di terrazzini, che mostrano mille particolari intimi della vita torinese e nelle quali «si va scendendo per la scala sociale a misura che si sale per la scala della casa».

Nascono le barriere

I nuovi arrivati hanno bisogno di spazi, così come hanno bisogno di spazi i capannoni e gli stabilimenti dell’industria emergente. E allora si comincia a costruire all’esterno della cinta daziaria, soprattutto in prossimità delle sue porte (le «barriere»). Già nel 1901 un torinese su sei abita nel suburbio: nel 1911 la percentuale diventa di uno su quattro. Per un immigrato è impensabile l’affitto di un alloggio nei quartieri centrali, ed è comunque preferibile abitare in prossimità del luogo di lavoro: nuove fabbriche e nuovi nuclei abitativi crescono così in parallelo, in uno sviluppo spontaneo e disordinato, affidato all’iniziativa di privati che nell’immigrazione vedono un’inedita opportunità di profitto. Ne derivano forme di assetto urbano molto diverse tra loro: a Borgo San Paolo la città cresce «a ventaglio» a partire da una porta della cinta; in Barriera Nizza-Lingotto lo sviluppo è invece una gemmazione dei preesistenti nuclei rurali posti lungo una grande via di comunicazione; altrove la crescita avviene attorno a un autonomo polo di gravitazione (una chiesa, un opificio, un’osteria, una scuola).

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L’identità dei quartieri 

A dispetto della casualità edificativa, l’espansione oltre le barriere crea nuove occasioni identitarie. Gli stabilimenti non sono infatti ammucchiati in un’unica area, ma distanziati tra loro per ragioni logistiche (accesso all’acqua e alle strade, disponibilità di energia, spazi per stoccaggi): di conseguenza, anche i nuovi agglomerati urbani che nascono nelle vicinanze conservano una loro specificità. I quartieri di edilizia popolare spuntano isolati in mezzo alla campagna, immersi all’interno di un paesaggio profondamente rurale, ben distinti dalla città e dagli altri quartieri da ampi spazi ancora non edificati. Ogni quartiere è in qualche modo un «paese»: a fianco a vecchie cascine, nascono le casette di proprietà a due piani (mono o bifamiliari) e i «casoni» con il ballatoio dove tutti passano e registrano il movimento di tutti gli altri (sono queste le due tipologie abitative delle barriere in formazione). In quest’ambiente, la popolazione operaia di recente immigrazione ritrova un paesaggio e una dimensione familiari e può conservare abitudini (dalla cura degli orti al modo di trascorrere il tempo libero, fino ai momenti della liturgia) che rendono meno brusca la rottura con i paesi di origine.

All’interno dei quartiere «si vive» nel senso più completo del termine: è il luogo del lavoro, del riposo, della festa, della fede, per i più piccoli della scuola; ed è il luogo della solidarietà, come dimostrano i moti dell’agosto 1917. Come ha scritto Daniele Jalla, lo spazio dell’ordinario, del quotidiano, lo spazio del familiare e del conosciuto, restano di fatto quelli di Borgo San Paolo, o di Regio Parco, o di San Donato, il territorio che fin da piccoli si impara a difendere a sassate nel corso delle «batajole» che oppongono bande di quartieri rivali. È un’esperienza rude, ma formativa, e forse proprio per questo è tollerata dagli adulti: mentre rafforza il senso di appartenenza territoriale, insegna ad apprezzare i valori della solidarietà di gruppo e il rispetto delle sue gerarchie, preparando tanto al’esperienza di fabbrica, quanto alla militanza e alla lotta sindacale e politica. 

“Andoma an Turin”

Quando si esce dal quartiere per andare in centro, in via Po o in piazza Vittorio, si compie un viaggio, per il quale si fa il bagno e s’indossa il vestito bello; e nel dialetto dell’epoca si dice significativamente andoma an Turin. Sino a quando una nuova accelerazione industriale e una nuova immigrazione non integreranno la periferia all’interno del tessuto urbano e cancelleranno le distanze tra un settore e l’altro di Torino, i «quartieri» nati all’inizio del XX secolo conserveranno una forte connotazione identitaria e saranno parte essenziale della «cultura» della città. La mancanza di uno sviluppo ordinato predisposto da un piano regolatore è penalizzante sul piano urbanistico, ma sul piano storico ha conseguenze positive: all’interno di quei confini casuali, confluiscono infatti comunità di simili, che condividono le stesse esperienze di migrazione dalle valli, la stessa durezza del lavoro in fabbrica, gli stessi disagi, e che proprio nel fronteggiare quelle emergenze maturano un senso nuovo di appartenenza.

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