Da Torino al Kenya, Simone e il caso del tumore di Wilms: "Spacciato senza di noi"

Lo specializzando in Urologia alla facoltà di medicina di Torino: "Qui posso fare il medico davvero"

A sinistra Bruno Frea, a destra Simone Agosti (Foto di Stefano Pagliarini)

Simone Agosti, 30 anni, specializzando in Urologia alla facoltà di medicina di Torino, è uno dei 3 giovani selezionati dal professor Bruno Frea per una missione di volontariato medico al North Kinangop Catholic Hospital, l’ospedale del Kenya centrale dove vive una comune di centinaia di persone. Quella dello scorso gennaio è stata la sua seconda missione e la sua analisi è molto netta: "Qui si lavora diversamente dall’Italia: senza filtri e burocrazie. Hai l’impressione di avere meno ostacoli, meno seccature e il tuo lavoro va direttamente al servizio del paziente. Qui fare il medico è più facile, nel senso che è più facile occuparsi della persona che si ha davanti. E’ molto formativo perché vedi in maniera diversa il paziente, il lavoro che fai e quando torni in Italia ti rendi conto di quante cose siano inutili e sopravvalutate, come i mille esami cautelativi che facciamo fare ai pazienti. In Africa basta parlare con la persona per capire se ha bisogno di un farmaco o di un intervento chirurgico".

Simone ha dovuto anche sgomitare un po’ per poter partire perché la chiamata non è calata dall’alto, anzi, se l’è guadagnata. Quando ha saputo del progetto di formazione medica in Africa, non ci ha pensato 2 volte e si è fatto avanti col professor Frea con anche una certa insistenza. E questa è la sua seconda missione. "Il professor Frea è stato mio insegnante per circa un anno e mezzo nel periodo della specialità, ho un po’ insistito per essere della partita perché mi sembrava un’esperienza da fare assolutamente". 

E infatti all’ospedale cattolico di North Kinangop Simone, insieme ai colleghi specializzandi, Giulia Garelli ed Erika Palagonia, si è trovato ad affrontare un rarissimo caso di tumore di Wilms, che aveva colpito il rene di un bambino keniota. "E’ quello che umanamente mi ha scosso di più. E’ una patologia difficile da affrontare anche con tutte le tecnologie. Qui lo è ancora di più. Lo abbiamo diagnosticato, operato e, se tutto va bene, adesso potrà avere una vita normale. In Italia sarebbe stato più banale perché avrebbe fatto mille analisi e avrebbe incontrato 20 volte il pediatra. Qui i bambini non hanno tutte queste attenzioni, ma lui è stato fortunato perché è capitato in ambulatorio per un po’ di vomito, ci siamo accorti che c’era qualcosa che non andava e abbiamo scoperto il raro tumore. Il fatto che ci fossimo noi, che ci fosse il professor Frea è stata la sua salvezza. Altri 3 mesi e il piccolo sarebbe stato spacciato". 

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L’esperienza di volontariato per Simone è formativa e lascia sempre uno spazio di riflessione su quante cose si danno per scontate in Italia ed Europa. Lo può dire lui, che è stato anche in Guatemala. "Io non so se è importante fare volontariato, penso che tutte le cose le facciamo per una gratificazione personale, per cui lavorare così, tra mille difficoltà e con pazienti che non ti giudicano perché sei giovane o straniero e si fidano di te semplicemente perché sei un medico, è gratificante più di ogni altra cosa. E’ gratificante perché sento di fare il medico davvero". 

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