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La chiusura dell'ultimo reparto covid nell'ospedale di Rivoli

La chiusura dell'ultimo reparto covid nell'ospedale di Rivoli

Ospedale di Rivoli, dopo 124 giorni dall’apertura viene chiuso l'ultimo reparto covid

L’asl To3 non ha più pazienti positivi ricoverati

Grazie alla guarigione clinica dell’ultimo paziente positivo, l’ospedale di Rivoli ieri ha potuto chiudere l’unico reparto Covid rimasto in funzione e situato all’8° piano dell’edificio. Dunque da oggi, martedì 21 luglio, dopo oltre 4 mesi da inizio emergenza, nessuna struttura dell’Asl To3 ospita più pazienti positivi al Coronavirus fra i propri ricoverati: la chiusura e la riconversione dei reparti Covid a Rivoli segue infatti quelle avvenute nelle settimane e nei mesi scorsi negli ospedali di Pinerolo e di Susa e nei presidi adibiti temporaneamente per ospitare pazienti in fase non acuta, Avigliana, Giaveno, Torre Pellice e Pomaretto.
 
“Oggi tagliamo un traguardo dal grande valore simbolico, oltre che dall’importanza pratica - commenta il Direttore Generale dell’Asl To3 Flavio Boraso -. È infatti allo stesso tempo la conclusione di una fase durissima e il coronamento dello straordinario lavoro compiuto dai medici, dagli infermieri, dagli operatori sanitari dell’Asl To3. Desidero ringraziare loro, il personale tecnico e amministrativo, quello dei servizi di supporto, e tutte le persone che a vario titolo hanno lavorato per l’azienda sanitaria, contribuendo in maniera determinante a fronteggiare questa emergenza”.

 

Nel momento più complicato, tra la fine di marzo e l’inizio di aprile, nelle strutture dell’Asl To3 erano circa 300 i pazienti positivi ricoverati, 170 dei quali solo all’ospedale di Rivoli, che nel picco epidemico aveva convertito ben 5 reparti, oltre alla Rianimazione, per la cura dei malati Covid-19. Un periodo che la dottoressa Paola Molino, direttrice del Pronto soccorso di Rivoli e responsabile del Dipartimento di Emergenza dell’Asl To3, ha voluto ricordare in una lettera di ringraziamento dedicata a tutte le persone che sono state al suo fianco. È stata, racconta, “un’esperienza travolgente, feroce, istruttiva”, in cui, come il coordinatore infermieristico Gianni Mancuso, è rimasta ininterrottamente dentro l’ospedale per un mese e mezzo, giorno e notte. “Un grazie di cuore – scrive – a infermieri, operatori, medici, amministrativi, ingegneri, tecnici, operai, farmacisti, psicologi, perfetti sconosciuti che tutti i giorni ci portavano brioche, pizza, una busta di insalata, baristi che ci lasciavano la scorta di cibo prima di chiudere il bar. Tutti a modo loro hanno contribuito a trattare nel modo migliore i malati e rendere un po’ più lieve un periodo così difficile”.
 

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