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"Ma quando arriva il sindaco maschio?". La risposta della sindaca per un pensiero libero da barriere culturali

Appendino interviene sull'utilizzo del linguaggio in base al genere: "Il modo in cui parliamo riflette il modo in cui pensiamo"

Prima della questione esplosa al Festival di Sanremo con Beatrice Venezi (direttore o direttrice d'orchestra?!), l'argomento è stato affrontato più volte dall'amministrazione torinese che ha anche tracciato "le linee guida per un utilizzo non discriminatorio del linguaggio in base al genere nell'attività amministrativa". Chiara Appendino è stata, linguisticamente parlando, sindaca fin dal primo giorno, non di mandato, ma da quando si è candidata. E proprio lei oggi torna sulla questione partendo dai bambini delle scolaresche in visita al Municipio, perché può capitare che qualcuno dica: "Ok, ma quando arriva il sindaco maschio?" rivelando di aspettare un sindaco uomo. Ma perché?

A questa domanda Appendino risponde così: "Questo rivela che è così che sono abituati a pensare a questa figura perché è così che ne hanno sempre sentito parlare. Al maschile. Così come siamo abituati, pressoché da sempre, a pensare ad alcune professioni esclusivamente al maschile ed altre esclusivamente al femminile. Non è una colpa, e sono certa che non ci sia nessuna particolare intenzione dietro. Più semplicemente, è un'abitudine propria della nostra società e della nostra cultura. È il motivo per cui sostengo e sosteniamo fortemente l'uso del linguaggio di genere. Cosa che, nella nostra Amministrazione, abbiamo adottato sin dal primo giorno. Tanto nei documenti ufficiali quanto nel parlare quotidiano".

"Il modo in cui parliamo riflette il modo in cui pensiamo"

Lo sostiene la sindaca che aggiunge: "La lingua è una materia viva. Cambia nel tempo, cambia negli spazi, condiziona e viene condizionata. Anche dal pensiero. Oggi non parliamo come si parlava cento anni fa, e tra cento anni (ma anche molto meno) non si parlerà come si parla oggi. Se una bambina cresce sentendo che alcune professioni hanno una connotazione linguistica esclusivamente maschile, crescerà ritenendo un'eccezione il fatto che quella professione la svolga una donna. E questo è un danno enorme che stiamo facendo alle future generazioni. Sia chiaro, non solo di donne, ma di donne e di uomini".

Il sogno di un mondo senza schemi, pregiudizi, stereotipi e barriere

"Per quale motivo siamo portati da sempre a pensare che "il sindaco" è maschio e "la maestra" è femmina?" torna a chiedersi la sindaca che continua l'analisi linguistica e culturale: "Perché sono sempre stati declinati l'uno al maschile l'altra al femminile. Così, crescendo, i bambini e le bambine saranno portati a pensare che il sindaco è uomo e la maestra è donna. È una questione di identità. Io mi identifico con ciò che mi rispecchia di più, e in questo senso immagino il mio futuro. Le parole sono un potentissimo strumento di immaginazione. Personalmente sogno un mondo in cui ogni bambino e ogni bambina possano immaginare di diventare quello che vogliono. Senza schemi e senza pregiudizi, senza stereotipi né barriere, innanzitutto culturali. Che siano sindache o sindaci, ingegnere o ingegneri, tate o tati, maestre o maestri, farmaciste o farmacisti, artiste o artisti. Lasciamoli immaginare. Lasciamo che la loro fantasia possa creare il futuro che vogliono. Date loro le parole per farlo. La lingua cambierà di conseguenza, e continuerà ad essere la nostra bellissima lingua. Vi abbraccio".

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