"Pagliacci" al Teatro Regio

"Pagliacci" sul palco del Teatro Regio dall'11 al 22 gennaio. Un nuovo allestimento del capolavoro di Ruggero Leoncavallo, a 125 anni dalla prima assoluta. La regia è firmata da Gabriele Lavia, attore e regista tra i più rappresentativi del teatro italiano degli ultimi decenni. Graditissimo il ritorno del maestro Nicola Luisotti sul podio dell’Orchestra e del Coro del Teatro, alla sua prima produzione operistica al Regio dopo i successi nella stagione de I Concerti. Si alternano nel ruolo di Nedda, la protagonista dell’opera, Erika Grimaldi e Davinia Rodríguez, Fabio Sartori è Canio.

La nuova regia di Gabriele Lavia sceglie un orientamento che mira al cuore della poetica verista, coniugando nella messinscena realtà e naturalismo. L’ambientazione è quella di una periferia italiana del secondo dopoguerra, con forti richiami estetici al Neorealismo cinematografico. «Pagliacci è un’opera molto complessa – spiega il regista – Leoncavallo ha costruito qualcosa di filosofico. È tutto detto nel Prologo, dove i temi folgoranti dell’opera sono espressi in maniera molto chiara. La prima cosa interessante è che il personaggio del Prologo, Tonio, entra discretamente chiedendo permesso, e timidamente dice due volte: “Si può?”, non entra prepotentemente a dire: “eccomi qua!”. Non è un dettaglio.

Il compositore ci mette sull’avviso che sta per iniziare qualcosa che trascende il mero fatto di cronaca, alla base della vicenda. Questa dichiarazione interessa in quanto trasfigurazione poetica che va messa in scena, con molta cura e attenzione per le parole, per i temi che porta con sé e per gli sviluppi che avverranno nel corso del dramma.

Quando compose Pagliacci (1892), Ruggero Leoncavallo agiva sull’onda d’urto provocata dalla Cavalleria rusticana di Mascagni, e ne rinnovò il caldo successo abbandonando definitivamente i soggetti pseudo-wagneriani in cui s’era impaniato fino ad allora. Leoncavallo scrisse da sé il libretto; così al Verismo italiano, dopo l’esordio “concreto” di Cavalleria, venne fornito con Pagliacci anche un autentico “manifesto” di pensiero, convogliato nel prologo a sipario chiuso in cui viene specificato e illustrato il valore realistico dell’azione che seguirà.

Si tratta di «uno squarcio di vita» ispirato al vero, in cui sono coinvolti «uomini di carne e d’ossa»: in effetti, la vicenda è basata su un episodio avvenuto nel paesello in cui il compositore trascorse la fanciullezza. Ma il conflitto di simulazione e realtà supera i confini angusti del “fattaccio”: vi si infiltra la “poetica del brutto”, che dalla produzione di Victor Hugo era entrata nell’opera italiana attraverso la mediazione del Rigoletto; serpeggiano suggestioni della Carmen di Bizet (le trombette giocose e il coro femminile in apertura), fascinosi effetti di spazialità nella scena delle campane, occasionali stilemi wagneriani.

Dopo l’intermezzo sinfonico, lo stile indietreggia a ricalcare minuetti e gavotte settecenteschi, fino a sovrapporsi in un intreccio grottesco ed enigmatico al rinnovato prepotere di una scrittura drammatica: primo frutto del recupero delle “maschere” nel teatro non solo operistico del Novecento.
 

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