"La Locandiera" secondo Walter Le Moli al Teatro Astra

La tradizione si intreccia e si confonde con la modernità nel capolavoro di Carlo Goldoni La locandiera. Sul finire del 1752, quasi al termine della collaborazione con il veneziano Teatro Sant’Angelo e con la compagnia del capocomico Girolamo Medebach, Carlo Goldoni compone il suo testo più celebre, una commedia in cui il denaro è il Leitmotiv che anima l’intera vicenda, l’ossessione e il tormento dei caratteri rappresentati.

La locandiera arriva al Teatro Astra da venerdì 15 a domenica 17 novembre 2019 per la Stagione TPE 19.20 nell’allestimento prodotto dalla Fondazione Teatrodue di Parma e diretto da Walter Le Moli. Nella sua lettura, Le Moli concilia la fedeltà assoluta al testo goldoniano con un approfondimento storico e sociale sul momento che ha visto la comparsa del testo, in grado di spalancare prospettive inedite e offrire aspetti nuovi su un testo di cui si crede, a torto, di sapere già tutto.

La scena è collocata a Firenze, forse per non insospettire il pubblico e la censura della Serenissima: ma la colonna sonora con l’Estro armonico vivaldiano e i richiami palesi agli interni di Pietro Longhi, il pittore della civiltà veneziana, la legano fermamente all’immaginario della città lagunare.

Siamo in una locanda, la cui proprietaria, Mirandolina, riceve continue profferte amorose da parte di due aristocratici avventori, il Marchese di Forlipopoli e il Conte d’Albafiorita. Incurante delle smanie dei clienti, Mirandolina concentra tutte le sue attenzioni sul misogino Cavaliere di Ripafratta, decisa a farlo capitolare, indispettendo così Fabrizio, cameriere della locanda, invaghito, a sua volta, della proprietaria. A complicare e insaporire la vicenda contribuisce l’arrivo di due commedianti, Ortensia e Dejanira, che, fingendosi dame, cercano di truffare i blasonati ospiti della locanda.

Sfrondata delle trine e dei vezzi, la vicenda raccontata da Goldoni ci offre un quadro della società a lui contemporanea assai animato da tensioni e rivendicazioni, in cui la decadenza della vecchia classe dirigente, ormai ridotta a parassita inerme, si scontra con il dinamismo di quel ceto borghese che di lì a qualche anno avrebbe squassato l’ordine costituito e dato nuovo corso alla Storia.
Liberata da ogni pretesa di naturalismo, e decisamente più volta ad una sintesi dei contenuti, la messa in scena ideata da Walter Le Moli snellisce la caratterizzazione “d’epoca” del testo e lavora fino a far emergere le sfaccettature più sociali e politiche, attraverso le quali ogni aspetto della pièce (e in particolare i personaggi, Mirandolina in primis) assume una veste più universale e meno relegata al contesto storico della Venezia settecentesca.

In quest’ottica Goldoni appare in tutta la sua consapevolezza di drammaturgo oltre che di uomo del suo tempo, capace di coscienza critica e di lucidità nel dipingere i rapporti tra i personaggi del suo (e del nostro) mondo. Attualissima, la pièce apre una porta sulla supremazia del denaro nel mondo moderno, e sulle conseguenze di questo potere sull’equilibrio delle classi sociali, oltre che sull’universo personale e sentimentale.

In questo senso Mirandolina, camaleontica interprete delle tensioni sociali curiosamente adunate nella sua locanda, risulta un personaggio che agisce da sapiente giocatore di scacchi, capace di trarre il massimo vantaggio all’interno di una situazione a tratti spinosa, sicuramente divertente, che cambia in ogni momento.
 

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