Il ciclismo italiano d'antan a Palazzo Cisterna

Dopo aver ospitato nel settembre 2016una mostra e un incontro sulla figura del costruttore di biciclette da corsa Lino Beltramo, attivo a Torino dal 1915 agli anni ‘60, Palazzo Dal Pozzo della Cisterna, sede aulica della Città Metropolitana di Torino, torna a stuzzicare la curiosità degli appassionati delle due ruote d’antan conla presentazione del libro “Vittoria! Storia di Tommaso Nieddu. I cambi, la famiglia, le sue invenzioni”di Francesco Di Sario. L’iniziativa dell’Associazione Velocipedistica Piemontese è in programma sabato 15 giugno alle 11, in occasione di una delle consuete visite guidate allo storico complesso architettonico.Per l’occasione, nel cortile di Palazzo Cisterna saranno esposte a partire dalle 10 alcune bici d’epoca che montano quel cambio “Vittoria” che Tommaso Nieddu brevettò all’inizio degli anni ‘30 e riuscì ad imporre sui mercati e nei circuiti agonistici internazionali.

Il nome del cambio non fu certamentescelto a caso: Tommaso Nieddu era un ex aviatore della Prima Guerra Mondiale ed erano gli anni del bellicoso regime fascista,che avrebbe sostenuto l’imprenditore torinese di origini sarde nella sua difesa del brevetto contro le contraffazioni e le imitazioni d’Oltralpe. Quando Nieddu depositò la domanda di privativa industriale, il 22 novembre 1930, non si parlava di cambio ma semplicemente di “tendicatena per bicicletta” e di “rullo tenditore”: un'idea semplice che risolveva in modo pratico e soprattutto affidabile il problema di cambiare rapporto per affrontare le salite.

Con il primo “Vittoria” non era sicuramente facile allentare il tendicatena, retropedalare e dare un colpo di tacco per far salire di pignone la catena. In mancanza didoti acrobatiche, il corridore si doveva fermare e spostarela catena con le dita: sempre meglioche girare la ruota. Tra l’altro, rimanendo la ruota sempre nella stessa posizione,si potevano regolare molto meglio i freni. Il dispositivo avevasoloquattro componenti: una staffada fissare al telaio, su cui si imperniavala leva,che alla sua estremità aveva il rullo tenditore. La leva si bloccavatramite un settore dentato fissato al telaio.

L’affidabilità del “Vittoria” conquistò i ciclisti del tempo, soppiantando i più fragili cambi d’Oltralpe presenti da anni sul mercato, nell’eterno derby franco-italiano, molto sentito anche e soprattutto in ambito ciclistico. I primi prototipi del “Vittoria” furono costruiti nel 1927, ma la consacrazione nazionale e internazionale arrivò solo grazie a un testimonial d’eccezione, Alfredo Binda, vincitore dei campionati mondiali di Roma del 1932. Solo con l’evoluzione successiva, il “Vittoria Margherita” brevettato nel 1934, si può parlare di un cambio vero e proprio: al tendicatena si aggiunse un meccanismo dotato di due alette deragliatrici comandate da una trasmissione flessibile posta in cima alla leva. Cambiare rapporto in corsa diventò un’operazione alla portata di tutti, grazie al congegno ideato da Tommaso Nieddu, promosso dai grandi campioni dell’epoca e adottato dai corridori in tutto il mondo.

La maestrìa tecnica abbinata all’abilità commerciale del fratello di Tommaso Nieddu, Amedeo, resero in pochi anni il “Vittoria” quello che oggi si definirebbe un “brand globale”. Nel 1942 i due fratelli Nieddu separarono i loro destini: Amedeo proseguì la sua attività prettamente commerciale basata su brevetti altrui, mentre Tommaso ideò nuovi cambi come il “Cervino”, la prima sella unica denominata “Unicanitor”, ammortizzatori e coprileve dei freni in caucciù. È una bella storia di genialità e di imprenditorialità italiana quella che Di Sario racconta nel suo libro: una storia che è giusto riscoprire in una Torino e in un’Italia che troppo spesso dimenticano gli uomini che le hanno fatte grandi nel recente passato.

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