L'incubo di una donna: sequestrata in una roulotte e stuprata per settimane da due pastori

Solo uno è in carcere

immagine di repertorio

Sequestrata per settimane e violentata a turno da due uomini che l'hanno ridotta a essere la loro schiava sessuale all'interno di una roulotte sulle montagne. Tornata a casa senza dire né denunciare nulla per la vergogna. Poi, ritornata qui dopo anni, ha avuto la forza di raccontare tutto e di fare prendere i suoi aguzzini.

La promessa: "Seguimi in Italia, c'è un lavoro che ti aspetta"

La terribile e drammatica vicenda era avvenuta nella primavera del 2011 non distante dal rifugio Selleries, a Roure. Protagonista una romena che allora aveva 32 anni (oggi ne ha 40), già sposata e con figli che, nel Paese d'origine, si era innamorata di un ragazzo più giovane di 11 anni: allora ne aveva appena 21 (oggi ne ha 29). "Lascia tutto e vieni con me in Italia. Io lì faccio il pastore. C'è già un lavoro che ti aspetta". La donna, innamoratissima di lui, aveva accettato di seguirlo. 

Settimane da incubo, con un letto e una bacinella

La coppia era atterrata a Torino. Ad aspettarla all'aeroporto c'era il datore di lavoro del romeno, un italiano che allora aveva 55 anni (e oggi ne ha 63). La donna non si era preoccupata: sapeva che la destinazione finale del viaggio era la montagna. Non si immaginava quello che le sarebbe accaduto di lì a poco. Arrivati alla roulotte sulle pendici del massiccio dell'Orsiera Rocciavré, per lei era iniziato un incubo. Nel veicolo, completamente chiuso e dotato solo di un minuscolo finestrino per la luce diurna, c'erano soltanto un letto e una bacinella. Appena entrati, i due l'avevano stuprata a turno con una violenza atroce. "Adesso sei nostra. Resterai qui. Puoi fare i tuoi bisogni nella bacinella", le avevano detto. Poi se ne erano andati sprangando la porta della roulotte con una pesante sbarra. L'incubo della donna si era poi protratto per un numero indefinito di settimane ("Non so dire quanto fosse durato, in quelle condizioni avevo perso la cognizione del tempo", racconterà poi lei). Ogni giorno uno dei due o entrambi passavano a svuotare la bacinella e a violentarla. Un giorno, forse perché qualcuno si era accorto di che cosa stesse succedendo, i due le avevano consentito di fuggire facendo perdere le proprie tracce.

Il ritorno a casa, poi il nuovo rientro in Italia e il racconto

"Mi vergognavo per quello che mi era accaduto", ha raccontato la vittima. "Non ne ho fatto parola con nessuno e sono tornata dai miei parenti, in Romania". Nessuna denuncia: lei si sentiva in colpa per avere creduto al ragazzo di cui si era innamorata. Aveva deciso di andare a casa per vedere i suoi figli, dimenticare quell'incubo e ricostruirsi. In Romania era rimasta cinque lunghi anni, fino al 2016. Poi aveva deciso di tornare in Italia per lavorare. Non nel Torinese, ma nell'Astigiano, dove aveva trovato un lavoro. Un giorno di tre anni fa, passeggiando nei boschi, l'incontro che cambia tutto: sulla sua strada aveva incrociato proprio il più anziano dei suoi due aguzzini, il pastore italiano proprietario della roulotte. Per lei era stato come rivivere quell'incubo. Dopo qualche giorno, si era recata in una caserma dei carabinieri della zona: in lacrime, aveva trovato la forza di raccontare quello che le era capitato cinque anni prima.

Le indagini: tutto viene accertato, aguzzini a processo

Dal comando provinciale di Asti la denuncia era stata trasmessa per competenza (i fatti erano avvenuti, appunto, sul territorio di Roure) alla procura di Torino. Il fascicolo nei confronti dei due è aperto dal pm Elisa Pazé, l'accusa è di violenza sessuale di gruppo e riduzione in schiavitù. Una massiccia attività investigativa condotta dagli uffici della procura (in particolare da quello delle intercettazioni telefoniche) permette di scoprire che il racconto della donna è tutto vero, anche nei minimi particolari. Addirittura, nel corso delle indagini lei era stata condotta sul luogo degli abusi dove c'era un'altra roulotte. "Non è questa", aveva detto. E infatti il filmato della roulotte dell'incubo era spuntato poco dopo, nel cellulare del pastore italiano. Per entrambi erano scattati la richiesta di rinvio a giudizio e il processo. La donna ha scelto di farsi assistere dagli avvocati Roberto Caranzano e Claudia Malabaila.

Uno condannato a otto anni (in carcere), l'altro in attesa di giudizio (e libero)

In udienza preliminare, le strade dei due imputati si erano divise. Il romeno, difeso dall'avvocato Alessandro Tundo, aveva scelto il rito abbreviato. In primo grado la condanna inflitta dal gup era stata tutto sommato favorevole: quattro anni con l'esclusione dell'accusa di riduzione in schiavitù. A metà dicembre 2018, però, la Corte d'assise d'appello di Torino (dopo che il pm Pazé aveva impugnato la sentenza) aveva ribaltato il verdetto: per lui è scattata una condanna a otto anni e un mese di reclusione per entrambe le accuse. Ora si trova detenuto in carcere. Per l'italiano, difeso dall'avvocato Aldo Mirate, il vero processo, con rito ordinario, si è aperto oggi, giovedì 24 gennaio 2019, davanti alla Corte d'assise di Torino.  Durerà almeno fino in primavera, ben otto anni dopo quell'incubo. Intanto lui è ancora in libertà.

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