Omicidio in riva al Po: l'assassino avrebbe dovuto essere in carcere da nove mesi

Qualcosa è andato storto con la pratica

Said Mechaquat (Ansa)

Said Mechaquat, il 27enne che domenica 31 marzo 2019 si è consegnato alle forze dell'ordine confessando di avere ucciso Stefano Leo lo scorso 23 febbraio in via Napione, avrebbe dovuto essere in carcere il giorno dell'omicidio. Era stato condannato, infatti, a un anno e mezzo di carcere, senza la sospensione condizionale, per maltrattamenti nei confronti dell'ex compagna. La sentenza era diventata definitiva a maggio 2018 (quindi avrebbe dovuto rimanere dietro le sbarre fino a fine 2019) ma non era mai stata eseguita.

In mattinata il presidente della Corte d'appello di Torino, Edoardo Barelli Innocenti, ha incontrato i giornalisti. Sulla carta, sarebbe stata proprio la corte a trasmettere il fascicolo in procura affinché fosse eseguito l'ordine di carcerazione. Ma questo non sarebbe mai accaduto.

"La cancelleria - ha detto - ha come input quello di far eseguire le sentenze più gravi, sopra i tre anni, perché al di sotto si ha la possibilità di ottenere l'affidamento in prova. E Said Mechaquat poteva avere accesso a pene alternative. Non c'è nessuna garanzia che il 23 febbraio il signor Mechaquat sarebbe stato in carcere. Ogni sei mesi ci sono 45 giorni di beneficio; inoltre, anche se l'imputato è stato condannato con sentenza definitiva, viene osservato e può accedere a misure alternative. Come rappresentante dello Stato mi sento di chiedere scusa alla famiglia di Stefano Leo. Ma non consento di dire che la Corte d'appello sia corresponsabile dell'omicidio. Qui abbiamo fatto quello che dovevamo fare".

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