Olimpiadi di Torino 2006: 10 anni dopo, la pista di bob di Cesana Torinese è chiusa

Costato centodieci milioni di euro, l'impianto ha ospitato numerosi eventi sportivi. Oggi è abbandonato. Il rame degli impianti elettrici è stato rubato e gli antichi cartelli con i cinque cerchi olimpici penzolano qua e là

Le strutture olimpiche costruite in ameni borghi alpini sono oggi spettrali ruderi, ricchi di piacevoli ricordi festaioli ma privi di prospettiva. E non solo perché il riscaldamento globale sta rendendo impossibile ciò che fino a ieri era ritenuto certo, l’economia turistica basata sulla neve, bensì perché le strutture olimpiche costruite solo dieci anni fa versano in condizioni disastrose e irreversibili.

In una conferenza sul clima svoltasi a Torino molti anni fa, forse era il 2001, il climatologo Luca Mercalli, oggi stimato e famoso ma al tempo semi sconosciuto, aveva fatto questa predizione: “Tutte le stazioni sciistiche ubicate al di sotto dei 2000 mslm non hanno alcuna possibilità di salvarsi dai cambiamenti climatici”. In molti sorrisero. Mercalli sbagliò la previsione per eccesso di ottimismo. Quasi tutte le località sciistiche che ospitarono le Olimpiadi di Torino 2006 oggi sono distese di prati secchi in cui primule e crochi si affacciano senza particolare timidezza. E’ una tendenza conclamata, da tempo percepibile, esplosa con particolare virulenza negli ultimi due anni.

La pista di bob e slittino di Cesana Torinese vista dalla vetta del poco lontano Monte Chaberton appare come un immenso cratere di cemento.  Si dovette sacrificare un lariceto, completamente esposto a sud, per costruirla. Le prospettive occupazionali erano allettanti: promesse di benessere, sviluppo, caddero sul val Susa e val Chisone come infiniti fiocchi di neve. Erano gli anni del boom edilizio, un immenso cantiere avvolgeva come una nube Torino e le vicine valli olimpiche. Tutto pareva possibile, nessun problema futuro era credibile.

Costruita nel 2005, la pista ha ospitato i XX Giochi olimpici invernali l’anno successivo, la Coppa del Mondo di bob 2009 e 2011 i Campionati mondiali di slittino 2011. Fu oggetto di amara ironia, causa lo stato di abbandono, già nel 2011 quando una troupe di Striscia la Notizia raccontò all’Italia il degrado in cui versava. Svuotata dall’ammoniaca necessaria per l’impianto di refrigerazione, una bomba ecologica di cui è stata imposta la rimozione, è stata saccheggiata più volte. Sempre nel 2011 undici ladri vennero sorpresi intenti a derubare la struttura del rame: avevano impiantato un piccolo cantiere permanente.

E’ stata utilizzata per venti occasioni sportive. Oggi le sue curve in cemento e le piccole palazzine adiacenti resistono alle intemperie della montagna e rendono l’impianto abbandonato ma non devastato. Si possono vedere ancora gli impianti elettrici, quelli che non sono stati rubati, intatti.  Oppure, all’interno, vario mobilio di pregevole finitura ancora intatto. All’esterno pencolano antichi cartelli recanti gli olimpici cinque cerchi e qua e là è ancora visibile, sbiadito, il motto di quei giorni: “passion lives here”.

Originariamente in molti suggerirono di utilizzare la pista di La Plagne, costruita quattordici anni prima ad Albertville. Questa ipotesi fu reputata poco dignitosa. Si opposero con particolare risolutezza il ministro degli esteri Frattini e il presidente del Coni, Mario Pescante. Ne andava l’amor di patria e si decise per uno sforzo collettivo. Ricorda l’ex sindaco di Cesana, Roberto Serra: "Salirono tutti qui per rassicuraci: Frattini, Pescante, Ghigo, Chiamparino, perfino Alberto di Monaco. Accettammo. Sbagliammo".  

Più volte, negli anni, si è parlato di rilancio. E molte sono state le ipotesi in tal senso: nel 2006, qualche mese dopo il termine dei giochi olimpici, sorse l’idea di un ulteriore sbancamento della montagna con relativa costruzione di impianti di intrattenimento, alberghi e seconde case. Poi venne il turno dell’ipotesi skydome, un impianto sciistico al coperto. Assurdità che non hanno mai avuto seguito. Non da ultima l’ipotesi di far esplodere tutto con la dinamite, sgomberare le macerie e rimettere i larici.

Il costo complessivo della infrastruttura è stato pari a centodieci milioni di euro, più due milioni di euro di costi di manutenzione annui fino al 2012. Il costo preventivato nel 1998 fu di sessanta milioni di euro.

Scriveva in un lettera pubblica Roberto Serra, nel 2013: “Dopo avere speso 110 milioni di euro (220 miliardi di buone e vecchie lire), aver costituito una Fondazione dotandola di cospicui fondi, averci messo 3 anni per capire che si era incapaci a gestire l’impianto, non mettersi a piangere o ridere quando, alla fine si è deciso di affidare ad una società privata la gestione dell’impianto, con la clausola d’impegno di fare funzionare la pista durante il periodo estivo, come ben tutti sanno che le grandi competizioni di bob si svolgono a Ferragosto…!!! La mia personale conclusione è amara. Avere un territorio meraviglioso, aver fatto le Olimpiadi, avere malgrado la crisi tutte le credenziali per presentarci sul mercato nazionale e internazionale turistico non è sufficiente. Sulla Val di Susa ci perdiamo come al solito in logorroici e estenuanti discorsi a cui consegue l’incapacità cronica di dar concretezza alle decisioni. Le soluzioni non sono molte, o si riattiva la pista o si ripristina lo stato dei luoghi. Usciamo dalla sudditanza psicologica nei confronti degli enti di governo superiori: Cesana ha dato con sacrificio e spirito olimpico il proprio territorio ha quindi il diritto sacrosanto di non essere abbandonata o dimenticata.”

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