"Non solo asilo": in via Paganini l'integrazione è di casa

Il coordinamento "Non solo Asilo" verso l'inserimento dei migranti nella società torinese e nel mondo del lavoro. In via Paganini 30 c'è una residenza collettiva sociale che ospita rifugiati politici

Sudanesi, eritrei, ivoriani, somali. Sono gli abitanti della casa di via Paganini 30, “residenza collettiva sociale“ in concessione trentennale dal Comune di Torino come altri 4 stabili della città. Sono rifugiati politici, provenienti da paesi in guerra e senza una patria perché perseguitati nel proprio paese. È in loro difesa, e di altri nella stessa situazione, che interviene l’organizzazione “Non solo Asilo”, che riunisce numerose associazioni torinesi attente al sociale e all’immigrazione.  “Non solo Asilo - spiega Cristina Molfetta, referente dell’area progetti e rifugiati dell’organizzazione - perchè per chi trova rifugio nel nostro paese non bastano accettazione ed ospitalità. Il nostro impegno è di permettere loro di integrarsi nella nostra società, trovando una casa e un lavoro”. L’ultima battaglia combattuta dall’organizzazione è stata in favore di circa trecento rifugiati, per il riconoscimento della residenza torinese. Ottocento i nomi dei firmatari. L’iscrizione all’anagrafe comporta infatti numerosi benefici, utili – se non necessari – per chi non può far ritorno al proprio paese d’origine, come ad esempio l’iscrizione ai centri di collocamento o all’Università ed il servizio sanitario.
 
Un’assistenza, quella che garantisce il coordinamento “Non solo Asilo”, essenziale e in alcuni casi salvifica per i rifugiati torinesi. Sono eloquenti le parole di uno dei residenti di via Paganini: “La gente del quartiere e i volontari sono gentilissimi ed incredibilmente disponibili con noi. Spesso arriva da noi qualcuno per portarci del cibo, o per aiutarci come può. Abbiamo trovato in Italia persone squisite”. Lo stesso rifugiato, però, aggiunge: “Purtroppo è molto difficile riuscire a trovare un lavoro, per poterci rendere utili come tutti gli altri cittadini di Torino. Noi non vogliamo essere aiutati per sempre, vorremmo trovare un lavoro e guadagnarci uno stipendio. Alcuni ce la fanno, ma quel che succede troppo spesso è di restare qui per anni, ricevendo una borsa di lavoro di sei mesi per poi ritornare disoccupati”.
 
La condizione di rifugiato non è certo delle più facili. Se anche a volte l’incontro con una cultura, quella italiana, molto diversa dalla propria rende difficile la comprensione di alcuni meccanismi e porta a farsi sfuggire ottime opportunità, di certo non è da sottovalutare la problematicità dell’integrazione sociale e lavorativa nella nostra città. Per questo è importante l’operato di “Non solo Asilo”, che oltre a preoccuparsi della residenza e del domicilio dei migranti s’impegna ad accompagnarli nella loro istruzione e nell’inserimento nel mondo del lavoro – un mondo ricco di insidie anche per chi in Italia ci è nato. Eppure molto ancora può essere fatto.

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