"Fare una figura da cioccolatai": l'espressione è nata a Torino

Fin da bambini ci dicono di non fare figure da cicôlatè. Ma che cosa significa e da dove deriva questo modo di dire tutto torinese?

In dialetto piemontese si dice “fé una figura da cicôlatè”, in italiano diventa “fare una figura da cioccolataio”. Ma che cosa significa questa espressione che da decenni a Torino ci si tramanda di generazione in generazione?

Molti, sentendola ripetere fin da piccoli, hanno pensato che il riferimento alla cioccolata fosse una sorta di eufemismo per tutt'altra sostanza – in pratica per non dire “una figura di m...”. Tra le leggende che circolano intorno all'origine di questa espressione piemontese, inoltre, c'è anche una teoria che rimanda agli artigiani cioccolatieri che schiacciavano le fave di cacao sulla pietra metate e poi, ancora anneriti in faccia e sugli abiti, andavano al bancone a vendere i propri prodotti. In entrambi i casi – la “figura di m” e gli artigiani sporchi del proprio lavoro – la figura da cioccolatai starebbe a indicare un comportamento poco pulito, di infimo livello.

Tutto il contrario di quanto sostenuto da altre teorie tra la storia e la leggenda che spiegano l'origine della figura da cicôlatè. E che celebrano la grandiosità che da sempre contraddistingue l'arte cioccolatiera torinese, dove ancora oggi si produce il 40% del cioccolato italiano, pari a circa 85.000 tonnellate annue.

Secondo la teoria “nobile”, al centro della storia c'è Carlo Felice, duca di Savoia e re di Sardegna vissuto tra 1765 e 1831. Personaggio molto severo e arcigno (in Sardegna lo soprannominarono Carlo Feroce), non concedeva molto al lusso né per sé né per i suoi sudditi. A Torino, però, c'era allora un bene di lusso che faceva sempre più gola a tutti: il cioccolato, appunto, di cui all'epoca se ne producevano circa 350 chili al giorno, esportati anche in Francia, Germania e persino Svizzera. I cioccolatieri torinesi erano artigiani e industriali apprezzatissimi, e che ottenevano enormi guadagni dal loro lavoro. Tanto da potersi permettere carrozze a quattro cavalli (anziché i consueti due delle carrozze borghesi), riccamente decorate e così belle da fare invidia proprio a Carlo Felice.

Due le varianti della leggenda del cicôlatè in carrozza: secondo una sarebbe stato un artigiano di Genova che si presentò all'inaugurazione del teatro intitolato a Carlo Felice con una carrozza più lussuosa del re; in base all'altra era un maestro cioccolatiere torinese che attirò l'attenzione prima del popolo e poi del sovrano. In ogni caso, l'artigiano sarebbe stato convocato per un rimprovero da Carlo Felice in persona, che lo invitò a non andare in giro con un mezzo di trasporto così ostentatamente lussuoso: “Non voglio fare una figura da cioccolataio” spiegò il Re.

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