Tav e 'ndrangheta, l'ombra dei Greco sugli appalti del cantiere

I Ros hanno interrotto lunga catena di persone che, con interessi diversi, avrebbe permesso alla cosca crotonese di inserirsi all'interno degli appalti relativi al cantiere di Chiomente

C'era anche la Tav tra gli appalti in cui hanno provato ad inserirsi alcune delle persone arrestate dai Carabinieri al termine di un'indagine durata tre anni per associazione mafiosa, estorsione ed usura.

In particolare i Ros hanno scoperto che dietro il Greco, principale soggetto da cui dipendevano tutti gli altri, c'era una lunga catena che, con diversi interessi, avrebbe portato all'ndrangheta il controllo di alcuni lavori per il cantiere dell'alta velocità.

Entrando nel dettaglio sono due i personaggi della vicenda. Uno è Giovanni Toro, un imprenditore e titolare della Toro srl, intenzionato a farsi i soldi sfruttando lo spostamento di materiali dal cantiere Tav. Tale Giovanni Toro, infatti, era locatario di una cava collocata in una zona strategica della Val Susa, tra i comuni di Chiusa di San Michele e Sant'Ambrogio di Susa.

L'altro è Ferdinando L., imprenditore impegnato nei lavori dell'alta velocità e titolare dell'Italcoge, al momento indagato anche per lo smaltimento illecito di rifiuti all'interno della cava di Toro, indagine, questa che, con l'organizzazione mafiosa smantellata non avrebbe nulla a che vedere.

Ferdinando avrebbe agito in modo tale da mettere in mano alla cosca (pur senza saperlo) alcuni appalti relativi agli scavi ed al trasporto di materiali all'interno del cantiere di Chiomonte per favorire, appunto, l'inserimento di Giovanni Toro, a sua volta contattato dall'ndranghetista Greco. Le modalità utilizzate per acquisire commesse lavorative, che si traducevano poi in condotte delittuose come estorsioni ed intimidazioni, permettevano appunto alla Toro srl di aggiudicarsi l'assegnazione dei lavori.

Una lunga catena che avrebbe consentito alla cosca crotonese di infiltrarsi all'interno degli appalti relativi alla costruzione dell'alta velocità, se non fosse per l'arresto di Giovanni Toro, avvenuto nel marzo 2013 per violazione della legge sugli stupefacenti ed estorsione. Tale arresto ha quindi permesso di arginare le ingerenze della compagine mafiosa nel tessuto economico e sociale della Val Susa.

Oltre alle ordinanze di custodia cautelare in carcere, il gip del Tribunale di Torino, ha ordinato il sequestro di beni mobili, immobili, conti correnti ed autovetture per un valore stimato di oltre 15 milioni di euro.

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