Il guru dell’urologia Bruno Frea volontario in Africa: "Così vado oltre i dogmi della medicina occidentale"

Il medico torinese in Kenya insieme alla sua equipe

Bruno Fea in sala operatoria al North Kinangop Catholic Hospital

Lungo i corridoi dei reparti e nelle sale della Chirurgia, è possibile incontrare un gruppo di 4 urologi italiani intenti ad analizzare i casi dei vari pazienti che si presentano all’ambulatorio del North Kinangop Catholic Hospital, sud-ovest del Kenya, a circa 120 chilometri a nord della capitale Nairobi. E’ qui che, almeno 3 volte l’anno, vengono in missione umanitaria i medici dell’equipe di Bruno Frea, 74 anni, professore ordinario fuori ruolo di Urologia all’Università degli studi di Torino, già direttore della Clinica urologica della Città della Salute e della Scienza di Torino ed ex direttore della scuola di specializzazione di Urologia dell’Università del capoluogo piemontese.

Insieme agli specializzandi Erika Palagonia, Simone Agosti e Giulia Garelli, il guru dell’urologia Frea cerca soluzioni per i malati in Kenya, dove ogni giorno si confronta con pazienti di ogni età e patologia, senza le tecniche e i macchinari degli ospedali europei, senza le risorse della sanità italiana. E così Frea, come fosse un “doctor House” sempre sorridente e dall’animo buono, guida un team con il compito di trovare diagnosi a casi anche molto difficili, senza fare affidamento ai risultati delle analisi che non si possono fare, facendo affidamento su un mix di ragionamento clinico ed intuizione, analizzando in gruppo i mille aspetti di chi è un essere umano prima ancora che un paziente, fino a trovare la soluzione del puzzle che darà nuova vita a chi non ha gli stessi diritti di chi vive nella parte fortunata del mondo. 

"In Italia le cliniche e le scuole di specializzazione sono contraddistinte dalla selezione della patologia, qui i miei specializzandi hanno la possibilità di applicare l’urologia di base con tutti i suoi problemi, completando la propria formazione. Il medico che viene qui deve essere disponibile a mettere in discussione i propri dogmi, perché quello che vale per un italiano qui non vale, bisogna tenere anche conto di quello che un paziente può permettersi, ascoltare le esigenze e le necessità del paziente e della famiglia perché è diverso l’ambiente in cui vivono". A spiegarlo è proprio il professor Frea, la cui esperienza di volontariato in Africa era iniziata nel 2012, quando era direttore della Clinica Urologica di Udine, dove era già attivo da anni un progetto per effettuare 2 missioni all’anno a Kinangop. Nel frattempo era stato trasferito a Torino dove ha lavorato per inserire anche una missione torinese. Prima 2, poi 3 all’anno, così da poter offrire ai malati e a don Sandro Borsa una certa continuità della presenza specialistica di urologi, anche grazie agli specializzandi, per i quali Frea aveva portato al Consiglio della scuola di specializzazione la proposta della copertura del viaggio. Approvata. "E’ giusto che vengano usati i fondi universitari perché è a tutti gli effetti esperienza formativa fuori sede". 

Ma cosa cambia tra l’Italia e il Kenya? "Primo qui ci sono pazienti di tutte le età, che vanno da pochi mesi a 100 anni e le patologie che si incontrano sono differenti dall’Italia: qui abbiamo avuto un solo caso di calcolosi renale, che in Italia è diffusissimo. E poi sono poverissimi, per cui non tutto è fattibile: è una medicina che tende ad evitare lo spreco, senza esami inutili, per cui si privilegia la formazione chirurgica rispetto all’utilizzo di tutti quegli strumenti che facilitano il nostro compito. Richiediamo esami particolari soltanto se sono strettamente indispensabili per formulare la diagnosi". 

Un esempio? "Il cancro alla prostata. In Italia, seguendo linee guida europee, devi fare tac, scintigrafia, risonanza. Ma sono cose che hanno valenza per la medicina occidentale. Qui fai un esame obiettivo, un minimo di laboratorio, al massimo una biopsia, ma non a tutti fai le tac. Ricordo la mia prima asportazione completa di vescica per un tumore e anche lì, nella scelta dell’intervento e del tipo di esecuzione, dovetti tenere conto delle condizioni socio-economiche del paziente perché, se decidevo di fargli poi portare il catetere, avrei dovuto comunque riflettere sulle ripercussioni sociali ed economiche di un paziente che vive in una capanna, a chissà quanti chilometri di distanza dal presidio ospedaliero, con attaccato un sacchetto per raccogliere le sue urine. E poi il costo dei farmaci, proprio a gennaio un paziente ha scelto di farsi operare di ipertrofia prostatica, in Italia non ci si opera così su due piedi perché c’è prima un percorso farmacologico, ma i farmaci costano e il paziente keniota ha valutato che quelli costavano troppo. Così ha preferito farsi operare subito. In Italia non lo farebbe nessuno un ragionamento così".

Insomma un modo di fare medicina lontano anni luce da quella a cui siamo abituati noi. "Sì, infatti io non ho proposto di venire qui ad alcuni miei specializzandi perché ci vuole una predisposizione culturale e umana che non tutti gli studenti hanno. In Italia i medici si selezionano con i test, basta studiare, ma non significa che siano pronti a fare i medici. Servono qualità umane per affrontare un’esperienza del genere, che è diversa da quella della corsia dell’ospedale italiano". Dunque i suoi collaboratori non devono essere solo bravi medici, ma avere qualcosa in più. "Devono avere l’entusiasmo di affrontare un’umanità sofferente diversa dalla nostra, la capacità di donare la propria intelligenza, la propria volontà al servizio di situazioni non ottimali. Devono sapersi adattare ad un ambiente lontano anni luce dalle nostre vite. Qui non si va al cinema o a cena fuori la sera, qui si vive un’esperienza totalizzante al servizio del paziente".

Parla come se mancasse qualcosa in Italia. "Al contrario in Italia c’è troppo. La cosa su cui insisto è che i pazienti devono essere visitati sempre, è facile fare la risonanza e la tac senza visita. Qui si è obbligati a ripercorrere le nozioni di semeiotica, a fare il ragionamento clinico. La richiesta degli esami è strettamente indispensabile all’acquisizione delle conoscenze utili per fare o confermare la diagnosi clinica, mentre in Italia siamo abituati a fare gli esami sperando che la diagnosi salti fuori lì. Bisogna conoscere tutto della vita del paziente perché a volte è cruciale per comprendere il problema e trovare la logica soluzione".

Lei è tornato 3 settimane a gennaio, ma sono molti anni che vive l’esperienza del volontariato medico. Cosa l’ha spinta? "Mi sembrava potesse essere un ottimo modo per cercare di dare un aiuto a chi ne aveva bisogno. Sono venuto la prima volta nel 2012, oggi sono alla 13° missione in 9 anni. Sono contento di essere in Africa perché qui, se non ci fossero urologi, non ci sarebbero diagnosi e operazioni. E poi vediamo tanti bambini africani con malformazioni genitali ed è fondamentale aiutarli direttamente in un posto dove la valutazione sociale di una persona è legata ancor più all’integrità fisica".

Tra i tanti casi, quale è stato il più particolare? "Il caso più particolare e complesso è stato quello di un disordine della differenziazione sessuale: un piccolo di 3 anni geneticamente femmina, ma con genitali esterni in parte maschili e in parte femminili, per cui c’è stato un lungo ragionamento con la direzione dell’ospedale e con i familiari per scegliere quale correzione dovessimo adottare". Insomma un ermafrodita, per quale opzione avete optato e perché? "Abbiamo scelto di farlo maschio perché veniva dalla tribù dei Pokot, dove diciamo che essere maschio è meglio che essere femmina, basti pensare che il papà aveva 24 anni, 4 figli e 2 mogli, l’ultima delle quali 17enne".

Insomma professore quanto è importante il volontariato medico in Kenya? "Fondamentale. Curiamo persone che altrimenti non vedrebbero la fine del tunnel della malattia. Ricordo nel 2013 la prima cistectomia ad un uomo con un cancro avanzato di vescica. Era andato a Nairobi, dove gli avevano chiesto una cifra che non poteva permettersi. Don Sandro acconsentì ad operarlo. Se non ci fossimo stati noi, non avrebbe avuto speranza". 

Qual è il futuro dell’urologia qui a North Kinangop? "Il mio desiderio sarebbe riuscire a mantenere la presenza periodica di una equipe urologica anche quando non verrò più io. Sto lavorando per far sì che si crei un gruppo erede del lavoro fatto fino ad oggi. Finché ci sarà Don Sandro ci sarò anche io, anche perché l’altra mia passione é trasmettere la mia esperienza ai giovani. Perché siamo in 4? Perché così riesco a far lavorare gli specializzandi stando in disparte, facendoli lavorare in prima linea, ma ben controllati". 

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Questi anni l’hanno cambiata sotto il profilo umano? "Io penso di essere sempre stato umanamente portato ad aiutare gli altri. Non ho mai fatto il medico per soldi, anche se sono necessari. Per me venire qui e fare il medico senza dover pensare a niente se non ai miei pazienti, è molto gratificante e fa sì che ogni volta che torno in Italia il mio pensiero vada subito alla missione successiva".

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