Non solo macchine: cinema e aerei nella Torino d’inizio 900

Al pari dell’automobile, il cinema rappresenta un elemento di modernità, una nuova frontiera tecnologica che consente allo spettatore avventurose evasioni. Stupore, curiosità ed entusiasmo fanno da sfondo alla diffusione della nuova arte, cha a Torino il suo cuore. Un fenomeno in costante espansione al punto che, sulla spinta dell’esperienza maturata in Francia da Charles Pathé, primo produttore cinematografico, si inizia a pensare “di fare del cinema”, a dare vita a una regolare produzione di film. 

Arturo Ambrosio

Il primo ad avere tale intuizione è il fotografo Arturo Ambrosio che nel 1906 comincia la sua lunga carriera di produttore cinematografico fondando la Ambrosio Film, con capitale sociale di 700.000 lire, depositaria di un modello produttivo innovativo che prevede lo svolgimento da parte dell’azienda non solo della fase realizzativa e progettuale della pellicola, ma anche dei passaggi inerenti la distribuzione e l’esercizio. Una modalità operativa che porta, gradatamente, alla formazione di figure professionali specializzate che consentiranno alla cinematografia torinese di affermarsi su scala nazionale ed estera durante il primo decennio del secolo. L’esperienza di Ambrosio non resta isolata: sulla sua scia nascono, in un breve arco temporale, l’Aquila Films, l’Itala Film, la S.I.C. – Unitas Centauro Films (1907), la Pasquali (1908), la Navone Film (1910) seguite, a partire dagli anni Dieci, dalla Savoia Film (1911), dalla Cenisio Film (1912), dalla Leonardo Film (1913), dalla Corona Films (1914), dalla Vidali Film (1914), dalla Mari Films (1915), dalla Padus Film (1915), dalla Subalpina Films (1916), dall’Eridania Film (1919), dalla Fert (1919) e dalla Taurinia Teatri Films (1921). Nel 1920 sono circa venti le case cinematografiche attive a Torino, vera e propria capitale del cinema, un comparto che rappresenta una grande risorsa per l’economia cittadina. 

Dove si trovavano?

La regola che aveva portato, a partire dagli anni Ottanta del XIX secolo, l’industria torinese a localizzarsi, inizialmente, lungo lo spazio urbano adiacente alla Dora Riparia per sfruttare le potenzialità offerte dall’energia idraulica, non sembra valere per le case di produzione cinematografica che adottano una strategia differente, dettata da particolari esigenze. Infatti la necessità di disporre di grandi spazi all’interno dei quali poter impiantare teatri di posa, laboratori chimici, attrezzature diverse, di poter contare su un’energia costante e continua, indispensabile “per le lavorazioni di sviluppo, stampa e per l’illuminazione” e su sfondi paesaggistici diversificati, portano le industrie cinematografiche a insediarsi in aree periferiche, lontane le une dalle altre, privilegiando le esigenze sceniche  piuttosto che quelle infrastrutturali. Non a caso le fonti coeve dell’epoca indicano come sia la zona a ridosso del Po, ai piedi della collina, il luogo scelto dalla maggior parte delle imprese cinematografiche per impiantarvi i propri insediamenti produttivi che solo in alcuni casi assumono l’aspetto di veri e propri stabilimenti, poiché la prassi più diffusa è quella di avvalersi di piattaforme mobili, teatri di posa o di padiglioni di dimensioni ridotte. La necessità di dar vita a una produzione cinematografica sempre più curata tecnicamente, unita al crescente sviluppo della tecnologia e al successo dei film prodotti, rende indispensabile, soprattutto per le aziende maggiormente impegnate, la costruzione di strutture di proprietà funzionali alle mutate esigenze di produzione. 

Sale e pellicole

Torino conosce nel contempo una rapida diffusione delle sale cinematografiche, luogo di ritrovo nel quale ammirare un repertorio piuttosto vasto, che dopo aver abbandonato il documentario e il film comico, inizia a frequentare il campo del lungometraggio esplorando tematiche di vario genere che spaziano dagli appassionati drammi amorosi a quelli storici, passando per la mitologia, le avventure esotiche e le commedie di costume. A Torino sono infatti prodotti i primi film italiani, destinati a incontrare il gusto di un pubblico eterogeneo ed entusiasta, che, grazie alla nascita delle prime riviste di settore, inizia a conoscere il fenomeno del divismo. Tra le pellicole di maggior successo, oltre alle trasposizioni sul grande schermo di opere letterarie di D’Annunzio, Verga e Manzoni, va menzionata Cabiria, firmata nel 1913 da Giovanni Pastrone con la consulenza di Gabriele D’Annunzio, arrivata nelle sale l’anno successivo. Il decennio compreso tra gli anni Dieci e Venti del Novecento rappresenta il periodo d’oro del cinema torinese che dopo un’iniziale fase di sperimentazione conosce il successo e, allo stesso tempo, un rapido declino segnato da fallimenti e difficoltà economiche che portano gran parte delle case di produzione a cessare la propria attività. 

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"Volare, oh oh"

L’ultima frontiera dell’industria torinese è rappresentata dalla produzione aeronautica, che si cala a pieno nell’atmosfera di modernità che pervade la città di inizio secolo. Se le prime manifestazioni si devono alla vivacità del comitato “Pro Torino” che nel luglio 1908 invita per dei voli dimostrativi sopra l’ampio perimetro di piazza d’Armi il noto pilota francese Léon Delagrange, occorre attendere il 1910 per assistere alla comparsa di un convenzionale monoplano, progettato dalle Officine Miller. Sorta l’anno precedente su iniziativa di Franz Miller, ingegnere messinese trasferitosi nel capoluogo subalpino, l’azienda, che può contare su una trentina di dipendenti tra meccanici e impiegati, rappresenta uno dei primi esempi di impresa italiana occupata in costruzioni aeronautiche. La presenza di un folto gruppo di imprese affacciatesi sulla scena tra il 1909 e il 1914,  dimostra la febbrile attività di progettisti e ingegneri impegnati nel settore aeronautico, nel quale fanno il loro ingresso alcuni marchi specializzati nella produzione di autovetture come la Chiribiri, la Itala, la SPA, l’Aquila e la FIAT, spinte a cimentarsi con la costruzione e la sperimentazione di aerei e motori aeronautici. Nonostante gli sforzi profusi, le dimostrazioni e le manifestazioni aviatorie restano fini a sé stessi, senza assicurare alle industrie redditi certi, tali da “offrire uno sbocco industriale alla produzione aeronautica”. L’impulso decisivo arriva dal Ministero della Difesa che nel 1910 decide di stanziare 10 milioni di lire da investire nella costruzione di dirigibili e aeroplani, creando contemporaneamente un Battaglione Aviatori con sede a Torino dove, nel 1911, viene inaugurato il campo di esercitazioni di Mirafiori. 

Arriva la guerra

Con lo scoppio della prima guerra mondiale, l’industria aeronautica italiana conosce una fase di accelerazione emancipandosi dalla dipendenza straniera. Finalmente sicuri e tecnicamente all’avanguardia, gli aerei italiani sostituiscono quelli francesi: nel corso del conflitto fanno la loro comparsa i bombardieri Caproni, i caccia Macchi e i ricognitori Fiat, il primo dei quali il Farmian 5 B, si alza in volo nel 1915. Nell’ambito della produzione motoristica l’azienda torinese, che nel 1918 assorbe la SIT mutandone la denominazione in Fiat aviazione, svolge un ruolo cruciale, fornendo all’aviazione italiana più del 50% dei motori fabbricati durante la prima guerra mondiale. Numeri elevati, che si affiancano a quelli delle altre imprese cittadine capaci di coprire circa il 27% della rimanente produzione aeronautica militare. 

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